La corajìsima a Nicastro
22 marzo 2016
La corajìsima a Nicastro

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‘A Corajìsima, una tradizione rivitalizzata


La Quaresima, nella tradizione popolare, è la vedova di Carnevale, rappresentata come donna magra e vestita con abito nero. ’A Corajìsima, appunto la ritroviamo nelle rappresentazioni farsesche o come bambola sospesa a finestre e balconi, dal mercoledì delle Ceneri sino a Pasqua.

Questa pupattola di pezza ha ai piedi o in testa un’arancia o una patata con conficcate sette penne di gallina, che vengono poi tirate via una ogni domenica di Quaresima, l’ultima, il giorno di Pasqua. Tra una mano e l’altra, la bambola trattiene un filo di lana che va dalla conocchia al fuso. Il filo rappresenta lo scandire del tempo, di questi quaranta giorni di penitenza e digiuno dalle carni, di comportamenti sobri e in generale privi di eccessi alimentari, un tempo osservati con maggiore rigore.

Una tradizione questa molto antica ed ancora in uso in diverse zone dell’Italia meridionale e centrale, in alcune delle quali viene indicata come «quarantana».

La scorsa settimana a Torrevecchia Teatina, in Abruzzo, gli è stata dedicata una grande festa ed un convegno promossi dalla Compagnia Tradizioni Teatine con la direzione scientifica del professor Francesco Giovanni Maria Stoppa, direttore del centro di Antropologia Territoriale per il Turismo dell’Università D’Annunzio di Chieti. L’iniziativa, che ha rappresentato un interessante momento di confronto e di studio, ha suscitato grande interesse tra i partecipanti provenienti dalla Campania, Puglia, Basilicata, Molise e Calabria.

La Calabria, per la prima volta presente a questa iniziativa, è stata rappresentata da Andrea Bressi, giovane ricercatore di costumanze calabresi oltre che abile suonatore di strumenti tradizionali, il quale, nel periodo quaresimale, ormai da diversi anni, setaccia i borghi calabresi alla ricerca di corajìsime.

Le aree dove le corajisime sono maggiormente presenti sono la fascia jonica catanzarese, le preserre, qualche paese del Vibonese e alcuni borghi del territorio cosentino e reggino.

Tra i paesi del Catanzarese, oltre ad alcuni rioni del Capoluogo, le corajisime sono ancora presenti a San Floro, Nicastro, Amaroni, Girifalco, Montepaone, Soverato, Satriano, Davoli, Badolato, Santa Caterina, Guardavalle.

A Sambiase, sino a qualche decennio fa, si usava esporre, come in Lucania, sette bamboline, quante sono le domeniche che separano il Carnevale dalla Pasqua, identificate con i nomi di Anna, Rebecca, Diana, Lazzara, Susanna, Palma e Santa, le quali dopo essere state esposte, a turno venivano conservate in una cassapanca man mano che trascorrevano le domenica di Quaresima. Copia di queste pupattole sono custodite nell’ecomuseo «Luogo della Memoria» di Sambiase.

A Nicastro la tradizione della corajisima rivive a Pedichiusa, nel quartiere Santa Lucia, grazie alla signora Angela Filardo. Si ricorda anche la corajisima della signora Mariangela Izzo, rappresentata da una pupattola vestita di pacchiana.

Nel Lametino si usava appendere vicino alla pupattola una vistosa aringa oppure una sarda, per ricordare che la Quaresima era tempo di astinenza, secondo l’antico detto locale Niasci tu, spitu cundutu, ca trasu iu sarda salata.

Sono tanti altri i paesi dove nel periodo penitenziale è possibile imbattersi in queste curiose pupattole. Una tradizione rivitalizzata da proloco, associazioni culturali, amministrazioni locali.

Tra gli studiosi che si sono interessati in passato di questa singolare tradizione ricordiamo Vincenzo Dorsa, Raffaele Corso, Raffaele Lombardi Satriani e Paolo Toschi. Importanti considerazioni storico-antropologiche e letterarie più di recente sono state condotte dagli antropologi Luigi Maria Lombardi Satriani e Vito Teti che proprio su Il Quotidiano della Calabria di domenica 20 marzo ha dedicato un ampio spazio al ritorno della tradizione.

Un tempo l’ultima penna della corajisima si staccava nella mattinata del Sabato Santo, alle dieci, quando «sparava ’a Gloria». Era la conclusione ufficiale della Quaresima. Mentre le campane riprendevano a suonare a festa per annunciare la resurrezione di Cristo, i componenti delle diverse Comunità, dai più piccoli ai più grandi, attrezzati di bastoni, producevano rumori in tutta festa. I più grandi, poi, energicamente con le mani percuotevano le cose più care augurando con questo gesto crescita e prosperità. I figli erano i primi «da battere», poi toccava agli animali domestici, il maiale, il cavallo, l’asino per finire agli alberi da frutto. In questo clima festoso, i ragazzi potevano, finalmente, gustare i dolci pasquali. La lunga astinenza quaresimale era così conclusa.

A Nicastro, nel giorno di Pasqua, oltre alla grande abbuffata, era in uso far visita alla Madonna delle Cucchiarelle nella Chiesa della Veterana, che si trova nell’antico quartiere San Teodoro. Le cucchiarelle sono delle lamine, un tempo attaccate alla pergamena riportante le indulgenze concesse nel 1542 dal Papa Paolo III, che veniva esposta dalla Confraternita nel giorno di Pasqua. Con l’andare del tempo la pergamena andò a male e sono rimaste le cucchiarelle, esposte all’ingresso della chiesa e, che i fedeli continuano a toccare, prima di entrare o all’uscita, segnandosi con la croce, a testimonianza di un passato che viene ricordato con una tradizione che si tramanda da oltre cinque secoli.
Antonio Iannicelli


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