fichi
14 luglio 2017

Storia, miti, leggende e tradizioni

Calabria leggendaria: la storia del sacro albero del fico e dei suoi dolcissimi frutti


E te salutu pedi ‘i fhicu…
Il fico è l’albero sacro per eccellenza, presente nelle sacre scritture di diverse religioni e diffusissimo in tutti i paesi affacciati sul Mediterraneo, da sempre circondato di un’aura mistica e tenuto in altissima considerazione per le grandi qualità nutritive e curative dei suoi frutti.

Si sa che il fico, diffuso dai Fenici, era l’albero sacro ad Atena e Dioniso, i suoi frutti si offrivano agli dei e si consumavano nelle celebrazioni religiose, quali i misteri Eleusini.
La leggenda narra che Polifemo, figlio di Poseidone, fu il primo a scoprire il segreto del latte dei fichi capace di far coagulare il formaggio, tecnica descritta sia da Aristotele che da Ippocrate.

Platone ne andava matto, tanto da essere soprannominato mangiatore di fichi, ed era convinto che migliorasse l’intelligenza.

Anche gli antichi Romani celebrarono il fico, associandolo alla nascita della città eterna: il famoso cesto con dentro Romolo e Remo, prima di essere trovati dalla lupa, si fermò miracolosamente sotto un albero di fico posto lungo il Tevere. I Romani usavano anche, esattamente come facciamo noi ancora adesso, regalare a Capodanno fichi e miele per buon augurio.

Il fico, albero della conoscenza, c’è sempre nei miti fondanti delle religioni: il Cristianesimo inizia con Adamo ed Eva che si coprono con le foglie di fico, mentre nell’Islam il profeta Muhammad parlè per la prima volta sotto un fico, chiamato da allora anche l’Albero del Cielo.

La Calabria, così come le altre regioni meridionali, dall’epoca magnogreca in poi visse una vera e propria civiltà del fico, che venne celebrato da artisti, poeti e scrittori dell’epoca, fu piantato davanti alle case e ai templi perché considerato di buon auspicio per tutti e suoi frutti divennero e rimasero per lungo tempo la base dell’alimentazione di tutta la popolazione.

Probabilmente il detto calabrese «te salutu ped ’i fhicu», (ti saluto albero di fico), usato tuttora per dire che non c’è più niente da fare, nessuna soluzione ad un problema da risolvere, ha proprio il significato di perdita di una cosa buona e preziosa come era un albero di fico.

Tuttora in Calabria il fico, in tutta la sua solenne bellezza, è parte integrante del paesaggio e della cultura, e i suoi dolcissimi frutti vengono consumati e preparati sotto forma di alcune deliziose specialità tipiche della nostra regione.

Una bella leggenda calabrese narra che Maria, Giuseppe e il piccolo Gesù un brutto giorno dovettero fuggire verso l’Egitto, per scampare alla strage degli innocenti ordinata da Erode.
Presto però scese il buio e, non essendoci nessun altro riparo, i tre decisero di trascorrere la notte sotto un fico che, appena vide la Sacra Famiglia, allungò i rami e allargò le foglie fino a nasconderla completamente agli occhi dei soldati del malvagio re.

Quando fece giorno la Madonna uscì dal verde nascondiglio e rivolgendosi all’albero di fico disse: «Che tu sia benedetto, o fico. Per due volte all’anno darai i frutti più dolci della terra». Da allora, all’inizio e alla fine dell’estate il fico dona i suoi frutti dolcissimi e i calabresi, in ricordo di questa leggenda, li fanno seccare al sole e li consumano a Natale, per celebrare la nascita del Bambin Gesù.
Annamaria Persico


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