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28 dicembre 2018

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Capodanno in Calabria come nell’Antica Roma: sacre fritture, vino, maiale e melograni per devozione e buon auspicio


In Calabria i menù di San Silvestro e Capodanno non hanno regole ferree e possono essere sia a base di pesce che di carne, ma il comune denominatore è sempre uno: quello dell’abbondanza.

Perciò bando alla tirchieria (l’avarizia) e via libera a grandi tavolate con ogni ben di Dio, formaggi e verdure varie, le immancabili grispelle fritte, dolci o salate, i primi piatti della tradizione con pasta fatta in casa, i secondi con pesce fresco o anche baccalà e stoccafisso, e ovviamente quelli a base di carne di maiale che da tradizione viene macellata in questo periodo e consumata fresca.

Il tutto da innaffiare con una selezione di buoni vini calabresi, per accompagnare ogni cibo dall’antipasto al dolce.

Il piatto calabrese portafortuna tipico di Capodanno è senz’altro sazizzi e rapi affucati, cioè cime di rapa stufate insieme a tocchetti della tipica salsiccia con peperoncino dolce o piccante, che alle nostre latitudini prende il posto del nordico cotechino.

Chi non ama il sapore forte d”i rapi, può mangiare la rossa e benaugurante salsiccia semplicemente arrostita, accompagnata da abbondanti patate mpacchiuse della Sila.

Pranzi e cenoni si concludono con i dolci tradizionali a base di miele, fichi secchi e noci, e la frutta del buon augurio come il melograno e l’uva, fresca o secca, che rappresentano la ricchezza.

Le nostre tradizioni culinarie di Capodanno probabilmente arrivano dai nostri avi romani e risalgono a quando Giulio Cesare, nel 46 a.C. introdusse il Calendario Giuliano che stabiliva che l’anno nuovo iniziasse il primo gennaio, in cui si festeggiava il Dio Giano.

E i Romani, anche nelle province più lontane, iniziarono a festeggiarlo invitando a pranzo gli amici e scambiarsi in dono miele, datteri e fichi e ramoscelli d’alloro, detti strenne, come augurio di fortuna e felicità.

Ma per i Romani c’erano anche le feste di chiusura dell’anno, i Saturnalia dedicati a Saturno, che prevedevano sontuosi banchetti per tutti, cibo grasso e vino, particolari focacce e gozzoviglie varie di buon auspicio per il nuovo anno. Festeggiamenti insomma all’insegna dell’abbondanza e dell’allegria, in tutto simili al nostro San Silvestro.

Da qui le varie usanze del Capodanno al Sud e in Calabria dove, esattamente come nell’antica Roma, si usa ancora accendere i falò e sparare i botti per scacciare gli spiriti maligni, indossare qualcosa di rosso per allontanare la paura, gettare via le cose vecchie come eliminazione fisica del male, mangiare determinati cibi come lenticchie, melograno e uva, fritture e soprattutto della buona e grassa carne di maiale simbolo di abbondanza e buon auspicio per l’anno che sta per arrivare.
Annamaria Persico


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