Carnevale di Castrovillari - la «serenata savuzizza»
11 febbraio 2018
Carnevale di Castrovillari - la «serenata savuzizza»

Storia, miti, leggende e tradizioni

Carnevale in Calabria, festa popolare tra «fharza», risate e buon cibo


Largu faciti, o nobili signuri/ ca fharza si cumincia a recitari!/ Pi quantu cosa vecchjia è sempri nova/ ca gustu nua tinimu a riprovari!

Così inizia in Calabria la fharza, una messa in scena popolare del Carnevale in versi di origine cinquecentesca diffusa (sia pure con piccole differenze) in tutta la regione e che tuttora in alcuni paesi si svolge per le strade e le piazze.

Le tradizioni del Carnevale in Calabria sono antichissime, discendono direttamente dalle feste Dionisiache magnogreche e dai Saturnali romani e nel tempo, anche con l’avvento del Cristianesimo, non hanno mai perso il significato della rinascita, preceduta necessariamente dal Caos, dalla destabilizzazione, sia pure temporanea, dell’ordine precostituito.

Un festa popolare con rituali ben precisi, di cui ancora rimangono tracce, in cui i ceti sociali si mescolavano e invertivano i ruoli, in cui tutti per una volta l’anno potevano darsi alla dissolutezza, al gioco e allo scherzo dopo di che tutto tornava come prima, in attesa della Santa Pasqua.

Il finale della fharza infatti recitava così: Nescia tu, sarda salata/ ca trasu ia, Pasqua jiuruta/ e rifriscu sa quatrareddra/ ccu na bella cuzzupeddra!

La parola Carnevale come sappiamo viene dal latino carnem levare, ovvero togliere la carne e in Calabria il martedì grasso, il giorno prima del mercoledì delle Ceneri in cui inizia il periodo di astinenza della Quaresima, si chiama anche azata, cioè alzare, togliere la carne, che si festeggiava con grandi mangiate di cibi fritti e a base di carne di maiale di vario genere, innaffiati da vino in quantità.

Era poi tradizione organizzare ‘a fharza, cioè la farsa, una messa in scena itinerante che coinvolgeva tutta la cittadinanza con il grasso Carnalivaru, protagonista indiscusso, moribondo per aver mangiato troppe salsicce e soppressate, la moglie Quaraisima, brutta, vecchia e magra, e poi altre figure come il notaio, il medico, il prete che parlano a favore del povero Carnalivaru esortando di non mangiare da soli perché chi mangia ssulu s’affuca, i ripitanti, le prefiche che in genere erano uomini travestiti da donna.

Chiudeva il corteo una folla festante di bambini e adulti. Spesso erano presenti dei suonatori, che accompagnavano il tutto con musiche tradizionali e ad hoc, come le cosentine serenate alla savuzizza (salsiccia) e falsi canti funebri.

La gente divertita si affacciava ai balconi, spesso scendeva con fiaschi di vino e salumi e la festa continuava in piena letizia fino al banchetto serale, in cui l’Azata si concludeva mangiando risu d’azata, purpetti e ancora sazizzi e supprissati.

I testi della fharza calabrese, da secoli tramandati oralmente e continuamente riadattati a situazioni e personaggi locali, derivano probabilmente dalle farse cinquecentesche scritte da Pier Antonio Caracciolo che dalla corte aragonese si diffusero nell’allora Regno di Napoli.

I fharzari, cioè donne e uomini travestiti e irriconoscibili, in tutto il periodo di Carnevale solevano anche andare in giro di notte e bussare alle case di parenti e amici. Spesso era la scusa per fare il primo ingresso in casa della futura sposa o del futuro sposo e la visita si risolveva irrimediabilmente con una bella fhilliata, cioè una cena a base di salame, pane e vino.

Finita l’azata si tornava alla vita di tutti i giorni e iniziava il periodo della Quaresima, in cui bisognava comportarsi bene e soprattutto a non cammarare, cioè astenersi dalla carne e dai derivati. Le madri di famiglia controllavano che nessuno toccasse i salumi appesi all’aria di ciramiari, pena paliate e buffittuni e preparavano cibi a base di pasta o riso con verdure e a volte uova.
Annamaria Persico


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