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21 novembre 2020

Premio Letterario Nautilus

«EFFETTO DOPPLER» di Domenico Demasi– Racconto finalista Premio Letterario Nautilus


Mi accorgo di non avere più risorse senza di te. Dai riquadri della finestra stile vittoriano, la scia di un aereo graffia il cielo sopra la City.
In una mattina azzurra mi risuona nella testa il pomeriggio lungo di Paolo Conte. Potrei prendere l’aereo per tornare da lei, ma la magra borsa di studio non sarebbe all’altezza del desiderio. Le risorse che mi sono rimaste le devo spendere per trovare una sistemazione per il soggiorno di ricerca. Le ristrettezze economiche di una famiglia monoreddito hanno determinato che questo sia il mio primo viaggio all’estero, non potrei permettermi colpi di testa. Le mie risorse mentali sono alimentate dalla speranza che lei possa raggiungermi qui con l’Erasmus, quel pazzo progetto che tiene insieme i giovani d’Europa con la sua utopia. Se si avverasse questo desiderio, sarebbe grazie alla mia determinazione. Io, fino a qualche mese fa cosi insignificante e invisibile alle ragazze da non poter nemmeno vantare un consistente numero di “pali”. Uno sfigato con le ragazze, insomma, il contrario esatto dell’intraprendenza. Io, che mi sono preso addirittura la soddisfazione di invitare ad una festa una rossa lentigginosa e lasciarla da sola sulla sedia per ballare con lei, che già aveva preso posto nei miei pensieri, anche quelli più sconci, col suo seno prorompente di cui si vergognava.

Sono ancora appoggiato al davanzale, accecato da quella mattina di luglio, a intersecare quei nastri di ovatta nel cielo, la cui poesia non è stata ancora inquinata dalle scie chimiche, quando le assi del pavimento sobbalzano con un tonfo attutito dalla moquette consunta da decenni di feste studentesche.
“E’ successa un’altra tragedia, hanno ucciso anche il giudice Borsellino”. Roberto mi informa da dietro le spalle, con un tono di grave serietà istituzionale per attutire l’enfasi. Mi capita di dovermi trattenere dal fare una storta smorfia sorridente al cospetto di brutte notizie e sforzarmi di essere sufficientemente tragico al punto da apparire innaturale; è solo un modo per esorcizzare il dolore che prima o poi verrà a trovarmi. Il suo è lo stesso tono grave di quando, al ginnasio, stupì tutti perché si era rifiutato di andare all’interrogazione, giustificandosi di aver letto tutto il pomeriggio dell’anniversario dell’eccidio di Marzabotto. La professoressa, allora quasi in lacrime per la commozione, esattamente un anno dopo lo aveva richiamato alla cattedra e gli aveva chiesto: “Oggi che giorno è?” E lui: “Boh!”, stringendo le palpebre da vietnamita.
Mi torna alla mente di un buffo episodio di qualche anno fa.

Il panino al prosciutto che ci aveva preparato la zia per il viaggio di ritorno aveva assorbito il sapore ferroso dello scompartimento, lo stesso di quando ti morsichi a sangue una guancia. La signora aveva finito di allattare e noi potevamo finalmente tornare a guardarci intorno senza pudore. Papà era seduto accanto al finestrino dalla partenza da Genova e da un po’ aveva incominciato a scrutare un pacchetto di crackers aperto lasciato sul tavolinetto estraibile. «Mi scusi, sono i suoi?» si era deciso a chiedere, sfiorando il pacchetto con circospezione, ormai all’altezza di Firenze, al signore completamente vestito di grigio scuro seduto di fronte a lui a leggere un libro dalla copertina nera. “No, non è mio” aveva risposto l’uomo, sulla trentina, da sopra le lenti da ipermetrope. “E’ sicuro?”, aveva insistito papà con un tono investigativo. “Sì, ne sono sicuro, io ho i miei”, indicando i biscotti Colussi poggiati sul suo lato.

“Quando siamo entrati non c’era nessun altro in questo scompartimento, e la signora è entrata dopo tutti quanti”. “Ha ragione. Comunque non sono i miei”. La breve risposta avrebbe fatto pensare che fosse seccato per essere stato interrotto nelle sue letture, ma l’espressione, al contrario, era accondiscendente e quasi divertita dalla conversazione. Chiunque altro avrebbe reagito stizzito. Papa’ non sembrava convinto e aveva cominciato a esaminare il pacchetto anche con le mani. Era la Pasqua del 1990 e la stagione delle stragi politiche in Italia sembrava finita. Non come quindici anni prima, quando, nello stesso treno, tutti erano preoccupati e la paura di un attentato era una compagnia indesiderata.

Quel primo viaggio, con noi ancora piccoli, la mamma non avrebbe voluto proprio farlo. Aveva profetizzato prima di partire, “Capodanno, il periodo migliore per mettere le bombe sui treni”. Per lei, ogni passo al di fuori di casa poteva rappresentare un rischio per la nostra incolumità. La mamma non aveva proprio il concetto della probabilità, non ne parliamo della legge dei grandi numeri, ed ogni situazione che non rientrasse nella ripetizione sempre uguale della quotidianità era un potenziale pericolo di morte; non di un semplice fatto brutto, no, proprio di morte, una tragedia insomma.

Papà invece era serafico; un ottimista incosciente, come sosteneva la mamma quando non era nervosa, un menefreghista tutte le altre volte, la maggior parte. Lei pensava alle conseguenze, lei; chissà perché sempre negative; era realista, non pessimista. Durante questo secondo viaggio dai parenti a Genova, inspiegabilmente, era più tranquilla, ma cominciava ad innervosirla l’atteggiamento fastidioso del marito.
C’era stata un’altra occasione in cui avevo visto mio padre turbato. Era stato nel marzo del ’78. L’allenamento sarebbe stato annullato. Non lo sapevamo ancora. Piovigginava su quattro gatti seduti sulle panchine scoperte del campo in asfalto della scuola elementare che ospitava lo Sporting Club. Il cielo di piombo rifletteva il nostro silenzio insolito. Si sentiva nell’aria qualcosa di pesante. A malincuore mamma mi aveva consentito di prendere il borsone e uscire. Papà prima di tornare in caserma dopo la pausa pranzo, si era lasciato sfuggire parole strane, colpo-di-stato, rivoluzione.

Nessuno di noi, piegato su quelle panchine, sapeva veramente bene chi fosse Aldo Moro. Michele non sapeva nemmeno cosa fosse successo. Era arrivato mastodontico e spavaldo, come sempre, ed aveva cominciato subito a inveire contro i ritardatari. Ci teneva agli allenamenti. Della scuola non gliene importava niente e il basket era la sua principale occupazione.
Era rimasto in silenzio anche lui quando gli avevano spiegato. Mi sarei aspettato una reazione del tipo “Ma che me ne frega a me, io voglio giocare, domenica abbiamo la partita di campionato!”. Era il più in gamba della squadra e a lui era dedicato il grido di battaglia prima delle partite: “Pa guallera e Miche’, ueh, ueh, ueh!”. Dalle parti di Napoli la “guallera” pare porti fortuna. Si era incupito pure lui. Mi era venuta la pelle d’oca quando il professore d’Italiano ci aveva dato la notizia del rapimento la mattina. Cominciavo a capire il significato di quelle parole che avevo sentito al telegiornale: terrorismo. Mi indignai quando il nostro allenatore finalmente arrivò. “L’allenamento oggi non si fa; siamo in pochi, quei cacasotto non si sono fatti vedere; ma dopodomani qui alla stessa ora!”. Come se non fosse successo nulla. Avrei desiderato che si sedesse accanto a noi e ci spiegasse chi erano quei giovani che si erano dati alla lotta armata, perché usavano la violenza, se era per troppa voglia di cambiare l’Italia marcia. Ma se era per questo, perché avevano sparato a dei militari come mio padre? L’indifferenza dell’allenatore avrebbe vinto anni dopo, appagata nel desiderio dell’uomo forte.

A noi ragazzi quel tizio tutto grigio nel treno non sembrava poi così pericoloso. Lanciava ogni tanto dei sorrisi alla signora col neonato e proprio per questo il quadro della situazione che si delineava nella mente di papà era passato dal possibile incontro con un terrorista a quello con un potenziale maniaco sessuale. “Vabbè, allora lo possiamo buttare. Anche se la cosa non mi convince”. Aveva bofonchiato mentre apriva il cassettino dell’immondizia sotto il tavolinetto. Era ormai evidente che il pacchetto abbandonato che aveva preso con due dita come se fosse il reperto di un crimine era solo una scusa per la sua indagine. “Questo treno è nato a Torino; forse quel pacchetto è stato lasciato da qualcuno che è salito lì ed è sceso a Genova”.

La spiegazione era perfettamente ragionevole e avrebbe soddisfatto chiunque, ma non papà che in quel momento doveva sentirsi il tenente Colombo, ed era risultata fatale all’uomo che aveva cominciato a essere l’oggetto di un interrogatorio surreale. “Dove sta andando?”. “A Roma”. ”Allora sta andando a trovare il Papa”. “No, veramente non è previsto che vada a visitare il Papa”. La temperatura nello scompartimento cominciava a surriscaldarsi, non solo a causa del sole primaverile che batteva sul finestrino, la cui tendina era stata prontamente alzata per non creare troppa oscurità nel piccolo abitacolo, ma anche per le occhiatacce di mia mamma all’indirizzo di quell’importuno. “Ma come? va a Roma e non va a trovare il Papa?”. La situazione cominciava a diventare imbarazzante. Secondo papà tutti quelli che passavano da Roma dovevano andare a trovare il Papa; non avevamo mai assistito a tanta spudoratezza da parte sua. “E cosa va a fare a Roma, allora?”. “Vado ad un convegno dell’Azione cattolica. Sono un sacerdote”. Ecco spiegato il vestito scuro. Breve pausa di riflessione. “E’ un prete, va a Roma, e non va a trovare il Papa?”. Avremmo voluto sprofondare inghiottiti da uno sportello sotto il pavimento e sparire tra le ruote del treno come quei banditi nei film western. Con notevole ritardo era intervenuta la religiosissima moglie. “Non tutti i sacerdoti che vanno a Roma devono andare a trovare il Papa, mica è obbligatorio. E ora lascia in pace il Padre che sta leggendo la Bibbia”. “Veramente signora, non sto leggendo la Bibbia. E’ solo un romanzo”. “Ma come? È un prete e non legge la Bibbia?”. Nel preciso momento in cui entrò il controllore, decisi che quello sarebbe stato l’ultimo viaggio in treno con i miei. Appena lesse la destinazione sul biglietto dell’uomo in grigio, chiese: “Ah, bene, va a trovare il Papa?”. “Si, vado a trovare il Papa…”. “Me lo saluti, allora!”.

”Hanno oltrepassato ogni limite”. Noto la pena sincera del mio amico ma non riesco a guardarlo negli occhi quando mi volto; non voglio fargli capire che ho pensieri più frivoli. “Non c’è più speranza per il nostro paese?”, provo comunque a essere quanto più credibile possibile.
Anche quando sapemmo di Giovanni Falcone ero lì con lui a Londra; pochi giorni prima quell’attentato mi ero presentato, con il mio inglese scolastico, al mio professore referente al Dipartimento di Biochimica e Biologia Molecolare dello University College di Londra. Avevo trovato l’ufficio al quale mi avevano detto di bussare immerso nell’oscurità bucata soltanto dal blu dei monitor. Un uomo con i capelli gialli radi sul cranio e raccolti in un lungo codino, una T-shirt e un pantalone stile mimetica militare, ruotando sulla sedia da scrivania mi aveva fissato con i suoi enormi globi oculari sporgenti da ipertiroidismo. Completavano il quadro due grosse orecchie da ciascuna delle quali penzolava un cerchietto. Appoggiata ad una parete una mountain bike, con le ruote lisce infangate semi sommersa dalle borse, che usava, avrei saputo poi, per venire al lavoro dal quadrante nord della Zona 4. Chiesi al presunto studente post-doc, col mio inglese scolastico, dov’era Il Professor Laurence Pearl. Era lui. Dopo nemmeno cinque minuti, mi invitò ad una festa con i suoi amici e studenti a casa sua, per il sabato successivo.

“Al telegiornale hanno detto che lo hanno ucciso sotto casa, un’autobomba”. L’inizio della mia permanenza in Inghilterra si sta riempiendo dell’eco delle bombe dell’Italia mafiosa. Roberto è qui già da anni ed ora lavora in uno studio di diritto internazionale. Sente l’impatto delle gravi notizie italiane da espatriato. “L’Italia sta diventando un paese del Sudamerica”, gli dico. Sto scivolando nel qualunquismo e nelle frasi fatte, ma proprio non riesco a distrarmi dall’idea del cambiamento apparente che sta assumendo la mia vita, in un altro paese. Deve essere la velocità con cui sono arrivato fin qui a modificare l’onda della percezione della realtà ormai lontana nello spazio, l’effetto Doppler di un osservatore in viaggio.
Domenico Demasi

FINALISTA PREMIO NAUTILUS. MOTIVAZIONE:Racconto forte e preciso, ben strutturato in cui l’autore abbraccia la tematica del viaggio in senso ampio, spostandosi con naturalezza dal piano personale a quello universale. Si percepisce contatto profondo ed empatia verso il mondo, poca necessità di esprimere forme di giudizio tranne che verso se stesso. E’ l’eterno viaggio dell’essere umano. Forse il più importante.

Domenico Demasi è nato nel ‘66 sotto il segno del Cancro (ma sia chiaro, avendo una educazione scientifica, non crede negli oroscopi!) in Puglia, da padre calabrese e madre napoletana, ed è vissuto al centro del golfo di Napoli; insomma, un meridionale puro. Pur essendo il suo romanzo preferito “L’uomo senza qualità”, si occupa della Qualità dei medicinali e vaccini prodotti da una multinazionale farmaceutica, un lavoro che gli dà l’opportunità di confrontarsi con persone delle culture più disparate, e della qualità della vita di una moglie e due figli. È un chimico che ama leggere di tutto e vorrebbe vivere nella casa di Montalbano. Non sa suonare nemmeno uno strumento musicale, nonostante sia il pronipote di Eduardo di Capua, l’autore delle musiche di “‘O sole mio!”, “I’ te vurrai vasa'” e “Maria Mari’”.


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