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20 febbraio 2018

Politica

Fammoni (Fondazione Di Vittorio): «Il salario minimo, una risposta sbagliata»


Il Terzo Rapporto su Qualità dello sviluppo in Italia realizzato dalla Fondazione Di Vittorio e l’Istituto Tecné segnala che, nonostante l’aumento del Pil, diminuisce l’equità economica e permangono, assumendo caratteristiche di strutturalità, importanti diseguaglianze a partire dalla collocazione geografica e dai redditi.

La qualità generale della ripresa si dimostra non all’altezza delle necessità e due dei problemi principali che segnalano un calo di fiducia sono rappresentati dal lavoro e dai redditi degli italiani.

Questo vale per tutti, ma soprattutto tra chi ha un salario fino a 850 euro netti al mese (fascia che racchiude la maggior parte del precariato e del part time), con una percezione di un possibile peggioramento del loro futuro che sale fino al 49% delle persone.

Chi è povero in Italia ha maggior difficoltà a uscire da questa condizione rispetto ad altri paesi europei. Anche il lavoro, da sempre un importante antidoto a questo fenomeno, riesce con più fatica in questa fase a svolgere questo ruolo. Ed è così che una parte importante della popolazione ha perso speranza e coraggio, ritiene di non poter più puntare verso l’alto della piramide sociale.

Molte sono le cose da fare per invertire questo stato di cose. A tal proposito, si avanzano proposte che tendono a confondere il merito di questioni fra loro diverse soprattutto per il legame con il lavoro: minimo vitale, reddito minino, reddito di cittadinanza, salario minimo legale, eccetera.

Nello specifico, vorrei affrontare problemi strettamente legati al tema del salario minimo. Il meccanismo esiste nella maggioranza dei Paesi europei, pur con valori fra loro molto diversificati (da 1 a 12 euro). Ed è vero che in alcuni Paesi coesiste una buona copertura contrattuale con un salario minimo legale, ma generalmente si tratta di salari minimi alti.

L’ultimo caso in ordine di tempo invece – la Germania – ha origine da una crisi del rapporto associativo di impresa e quindi dal grado di copertura dei Ccnl.

Il problema non è dunque il meccanismo in sé ma, se per i problemi che si dice di voler risolvere (tutelare, anche se solo economicamente, i lavoratori al di fuori della copertura contrattuale), è la misura più idonea e quali controindicazioni può avere la sua adozione.

Lo stato di fatto è che l’Italia è uno dei paesi in Europa con la più alta copertura dei salari dei lavoratori attraverso il Contratto collettivo nazionale di lavoro (Ccnl).

Le indagini condotte dall’Istat affermano che virtualmente tutti gli occupati dipendenti regolari delle imprese con almeno 10 addetti sono coperti da un contratto collettivo. Questo dato viene confermato da Eurostat per circa 10 milioni di lavoratori pubblici e privati e da un rapporto Cnel-Istat.

Il dato più aggiornato è quello delle comunicazioni obbligatorie (relativo a dipendenti di tutte le dimensioni di impresa esclusi somministrati, marittimi e forze armate) che è oltre il 90%.

La forbice si allarga (in altri studi) includendo anche le imprese sotto i 10 dipendenti fra l’80 e il 90% (Isfol 2015) ma in questo caso il calo del dato storico negli ultimi 10 anni sempre attorno al 90% è imputabile solo al calo di aziende non aderenti ad associazioni di impresa, quindi ad una crisi di rappresentanza. Sono sicuramente fuori da queste statistiche magistrati, professori universitari, voucher, contratti di collaborazione, eccetera.

In Italia, da questi dati, non si ravviserebbe, quindi, la necessità di un salario minimo legale, bensì di un’ulteriore estensione del grado di copertura contrattuale attraverso la certificazione e le regole della rappresentanza e sancendo il principio che nessuna prestazione può essere sottopagata rispetto a quanto previsto da Ccnl che coprono l’intero assetto produttivo e delle attività.

Altra cosa è verificare se i minimi tabellari stabiliti nei contratti sono rispettati (alcuni studi parlano di un 10% di lavoratori che ricevono un salario che si discosta dal 3 minimo, anche se quindi per il 90% è correttamente applicato).

Una quota di sotto salario può venire da situazioni di parziale sommerso, «grigio», come nel caso di orari di fatto molto più elevati di quelli dichiarati e retribuiti dalle imprese. Ma, probabilmente è soprattutto nell’area dei cosiddetti contratti pirata, che il fenomeno si verifica.

La soluzione di questo aspetto non porta però alla necessità di un salario legale, indirizzato a chi non è coperto da Ccnl ma alla necessità della certificazione della rappresentanza di sindacati e associazioni dei datori di lavoro che consentirebbe di abbattere gli «accordi pirata».

In questo modo si scenderebbe dagli attuali 800 Ccnl a circa 300 (premessa per un ampliamento degli attuali perimetri contrattuali e quindi per un ulteriore riduzione del numero dei Ccnl) con un effetto di maggiore copertura numerica ed economica per quella parte di lavoratori, così come le forme spurie di impresa vanno semplicemente vietate.

Peraltro, rendere anche così più facilmente accessibili le informazioni sui salari negoziali, faciliterebbe controlli che vanno rafforzati e gli eventuali contenziosi, con un evidente effetto deterrente verso datori di lavoro fraudolenti.

L’attuale livello medio dei minimi contrattuali in Italia è attorno ai 9,4 euro. Per chi lavora tutto l’anno (312 giornate per 1.700 ore lavorative) si può dire che chi si trova sotto gli 8 euro è davvero residuale. In realtà, il problema si amplia per chi lavora in modo precario.

Le percentuali infatti crescono perché a questa forma lavoro, spesso non vengono riconosciuti alcuni emolumenti fissi (ratei 13°/14°, ferie, tfr,eccetera che porta il totale annuo delle ore retribuite a 2250). La soluzione è un drastico ridimensionamento del lavoro precario, anche reintroducendo i principi di causalità e di percentuale massima di utilizzo, un suo costo superiore a quello standard, norme contrattuali che rendano più vincolante alcuni emolumenti fissi e una più capillare informazione a questi lavoratori sui propri diritti.

Il salario minimo legale per chi non è coperto da Ccnl non risolverebbe il problema poiché questi lavoratori, nei periodi di lavoro, sono contrattualizzati; mentre non riguarderebbe lavoratori autonomi o parasubordinati anche se eventualmente e fraudolentemente impegnati in attività tipiche dal lavoro dipendente.

Per chi lavora in modo sommerso il problema è l’emersione e non il minimo contrattuale che gli verrebbe automaticamente applicato. Si può dire però che si tratterebbe comunque di un diritto in più, soprattutto per chi viene sfruttato con lavoretti sottopagati. E’ in parte vero, ma è un ragionamento che aggira un problema di fondo di occultamento, totale o parziale, di lavoro esistente, che si sostiene non essere lavoro.

Problema che invece deve essere affrontato e risolto perché si svilupperà in particolare con le nuove piattaforme digitali. Si ricorderà, inoltre, che con un unico voucher regolare si pagavano più ore di lavoro e che quindi anche un minimo legale orario può subire la stessa sorte.

Ma anche il meccanismo in sé deve essere valutato attentamente. Ad esempio, un salario minimo troppo basso, in un Paese con un livello di copertura contrattuale come quello italiano, potrebbe portare una parte delle imprese (ad esempio quelle in cui si applicano i contratti pirata) ad uscire dalla contrattazione collettiva ed utilizzare solo il minimo legale, senza le restanti coperture che offre il Ccnl ed eventualmente accordi aziendali.

Se viene fissato un salario minimo orario legale qualsiasi sindacato cercherà di allineare i minimi contrattuali più bassi a quella quota.

Al contrario, nei contratti in cui i minimi sono superiori è possibile che le associazioni di impresa propongano un raffreddamento delle dinamiche retributive, accentuando l’idea di corresponsioni economiche su altre materie (welfare, eccetera). In tutti i casi innescando dinamiche di contenzioso fra sindacati e imprese col rischio di possibile incremento del sommerso o di un maggior ricorso alle forme autonome spurie dell’occupazione.

In realtà, per ampliare le tutele di reddito e i diritti di chi lavora, le soluzioni più utili, come i dati dimostrano, sono: abbattere drasticamente la precarietà e una legislazione di sostegno sulla rappresentanza e la democrazia di mandato. Sostenere ed estendere il ruolo del Ccnl è essenziale ed è sicuramente, in Italia, il modo più sicuro ed efficace per sostenere i redditi di tutti i lavoratori.

Un ultimo aspetto generale a favore dell’estensione del ruolo erga omnes dei Ccnl. La democrazia industriale è parte di un più vasto processo di partecipazione e democratizzazione della società. Se si conviene su questo, non va sminuito – ma anzi ampliato – il ruolo di raccordo tra società e stato delle forze sociali.
Fulvio Fammoni
Presidente Fondazione Di Vittorio


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