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24 marzo 2021

BLOG-le firme di Reportage

#GIUDIZI UNIVERSALI: PER UN CINEMA CHE SE NE VA di Gianlorenzo Franzì


La passione per il cinema è nata in chi scrive fin dalla tenera età, non si sa se complice più un genitore amatore dell’arte cinematografica o un’innata predisposizione per l’audiovisivo.

Sta di fatto che fin da bambino -parliamo del 1986, avevo nove anni- mi sono trovato a frequentare la sala di cinema cittadina: inutile sottolineare quanto fosse diversa allora la fruizione del cinema inteso come luogo di ritrovo, specialmente in un momento in cui rievocarla farebbe più male che bene.

Ma grazie ad un proiezionista “complice”, si potevano raccogliere e conservare gelosamente tanti manifesti italiani di cinema. Attenzione, non manifesti di cinema italiano, che è diverso: ma manifesti nati in Italia di film provenienti da ogni dove, perché dal primo Dopoguerra in poi la distribuzione tricolore ha affidato spesso e volentieri ad artisti le illustrazioni dei film acquistati.il-te-nel-deserto-poster-2

Venivano chiamati “cartellonisti”, la cui punta di diamante potrebbe essere senza dubbio Renato Casaro: personaggi quasi leggendari per una pratica che è durata più o meno fino agli anni ’80, quando la pre-globalizzazione del mercato ha imposto la medesima grafica per ogni film, con un cinema italiano che ha tristemente ripiegato su anonime gallerie fotografiche, fino ad arrivare oggi agli scontornamenti stile Paint. Cosa che certamente non ha evitato di farci avere locandine pure bellissime (basta pensare a Kill Bill, Il silenzio Degli Innocenti, The Clean Of The Cave Bear, Superman Returns e altre), ma che purtroppo oggi sembrano essere un lontano ricordo.

L’avvento dello streaming, per forza di cose invasivo in maniera sempre più massiccia con l’avvento del Covid, sembra volerci portar via anche quel piacere: a memoria, chi sa dire cosa ci fosse sulla locandina di quel capolavoro che è Il Processo Ai Chicago 7 di Aaron Sorkin? O all’altrettanto celebrato Mank di David Fincher? La distribuzione su piattaforma ha accentuato quello che andava via via sparendo, ovvero la creazione di un poster promozionale unico da diffondere insieme alla comunicazione sul film. Resisteva strenuamente fino a poco tempo fa il piccolo piacere delle copertine dei dvd o bluray, se non fosse che anche questi supporti sembrano diventare vetusti, visto che un film lo “compri” sulla piattaforma e ti resta lì per sempre.

A cascata.

Purtroppo non è solo la locandina a sparire nel limbo del ricordo, anzi forse quella è solo la punta dell’iceberg. Alcuni film, come Lawrence D’Arabia per i boomer, splendevano, scintilla(va)no, parla(va)no, scricchiola(va)no: a volte impercettibilmente, a volte imponendo il loro rumore di fondo come luce dell’architettura visiva e sonora vuoi di una sequenza, vuoi di un intero film. Continuiamo con il caso esemplificativo: David Lean gira nel 2022 il suo capolavoro. Come dovrà registrare le immagini? Il digitale e il conseguente spostamento di ogni pratica su di esso ha trasformato, se si perdona il calembour, ogni film in file, sostituendo non solo una M con una E, ma anche la pratica di pensare, nella fase preparatoria di un’opera, a come comporre per immagini, pensando alle proporzioni, alle dimensioni, alla possibilità di riprodurre quel suono negli impianti di cinema. Allora, un giovane regista che riesce ad esordire oggi su Netflix, Amazon Prime o altro, può ancora (permettersi di) pensare ancora per luci e rumori come Kubrick, Bertolucci, Argento? Come farlo, a fare i conti con un massimo di 70 pollici e 150 watt? Come farà a distinguersi dal punto di vista -si, esiste anche questo nel Cinema- organolettico? E questo se ci fermiamo alle immagini: perché se si prosegue il percorso logico delle premesse si arriva dritti ai “contenuti ammissibili”.

Nell’era della politically correctness, non sia mai che un personaggio omosessuale sia interpretato da un eterosessuale. Che una donna bianca traduca le parole di un libro di una donna nera. Che un elefante volante giochi a volare con dei corvi neri. Che due cagnolini innamorati possano andare a mangiare da un italiano mangia-spaghetti fracassone e colorato. Che tutt* e tutt* siano rispettati facendo svanire ogni possibilità di scontro etico e quindi di dialettica, dimenticando fin troppo facilmente che è dall’unione degli opposti che nasce la vita.

Il (sacrosanto) rispetto della diversità sta lentamente mutando natura, e ciò che sta diventando preferisce smussare ogni angolo, eliminare ogni asperità, far sbiadire ogni colore: senza preoccuparsi che in questo modo il risultato finale sarà talmente levigato da non avere forma, talmente bianco da non avere colore, talmente neutro da non avere senso.

Ecco le vere mutazioni irreversibili su cui toccherà interrogarsi.

Certo, non appena scampato il pericolo letale del vaccino.

Gianlorenzo Franzì


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