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22 febbraio 2016

Politica

Il razzismo, il fascismo ed il nazismo sono ancora vivi


Siamo un paese dalla memoria corta, cortissima, anzi siamo proprio degli smemorati. Cancelliamo con grande facilità ciò che abbiamo fatto e che fa parte della nostra storia, non solo quella passata ma anche la più recente e oggi, grazie agli attuali mezzi di comunicazione di massa come la TV, si riesce a cancellare persino la cronaca. Sono state cancellate dalla coscienza collettiva, ad esempio, le stragi che l’esercito italiano fascista ha compiuto in Libia, in Etiopia, in Somalia, in Slovenia, in Albania, in Grecia.

Sono state cancellate dalla nostra memoria collettiva le leggi razziali del 1938, l’antisemitismo feroce di quegli anni e la nostra corresponsabilità con la shoah.
Cancelliamo, e perciò siamo inerti e incapaci di reagire di fronte alle nuove forme di violenze e di razzismo che vengono diffuse a piene mani dai grandi mass-media, in particolare dalle TV che sono, come si espresse un noto politico italiano, «l’arma atomica dei mezzi di comunicazione», quella che può ridurre in schiavitù milioni di persone e teleguidarne le opinioni e le azioni.

E quando qualcuno cerca di ricordare scattano i tabù, ci si chiude a riccio, si accusa chi ricorda di essere fazioso, si rifiutano le verità storiche, anche le più evidenti e documentate. Un esempio è l’antisemitismo che è una malattia grave di origine cristiana. Sono stati i cristiani, da quasi venti secoli a questa parte, i principali fautori ed esecutori materiali dell’antisemitismo e di tutte le peggiori forme di repressione realizzate contro gli ebrei, comprese quelle messe in atto durante la seconda guerra mondiale.

Ma provate a parlarne in una qualsiasi chiesa cristiana, verrete presi per matti vi ricorderanno, se siete in una chiesa protestante, il caso di Bonhoeffer, e se siete in una chiesa cattolica, quello di Massimiliano Kolbe, per coprire la cattiva coscienza di quanti, cattolici e protestanti ai massimi livelli, fecero accordi con il nazismo e il fascismo, arrivando persino a prestare giuramento di fedeltà alla persona di Hitler, o tacendo di fronte alle leggi razziali o non dicendo nulla sui campi di sterminio di cui tutti sapevano.
Il fondatore del razzismo italiano, pochi lo sanno, è nato in Irpinia. Qui ha avuto i suoi natali Giovanni Preziosi, ex prete, ministro nella Repubblica di Salò, amico personale di Hitler. Egli fu tra i firmatari del Manifesto della razza e l’estensore delle leggi razziali del 1938 e, agli inizi del 1900, il traduttore in italiano del libello falso «I Protocolli dei Savi Anziani di Sion», su cui fondò il suo feroce antisemitismo.

Provate a parlare con un Irpino di tale personaggio. Nel migliore dei casi non sa chi sia e chi lo sa nega qualsiasi suo rapporto con l’Irpinia dove il razzismo c’è ed è vivo e vegeto e si esprime principalmente contro i napoletani o contro coloro che semplicemente hanno l’accento fortemente napoletano. Ed è un razzismo che riguarda trasversalmente tutte le forze politiche, per le quali napoletano è uguale a camorrista. Mi è così capitato, personalmente, di essere discriminato per il mio forte accento napoletano, che non ho mai cambiato e oramai mai cambierò.

Il razzismo basato sulla lingua è molto diffuso in Italia, anche se nessuno ne parla. Viene esercitato principalmente nei confronti dei meridionali, campani, calabresi e siciliani. Viene esercitato principalmente al nord contro gli immigrati italiani, come sanno tutti coloro che dal sud sono emigrati al nord in cerca di lavoro. Ma esiste anche un razzismo all’interno della stessa regione Campania fra gli avellinesi e i napoletani che va oltre il classico contrasto tra campanili diffusissimo in Italia, di cui il più noto è quello tra pisani e livornesi. Personalmente mi sono sentito apostrofare come camorrista per il mio solo accento napoletano.

Ma il razzismo su base linguistica è stato anche esercitato dal regime fascista nei confronti dei cittadini di lingua slava, quelli della ex Jugoslavia, di quelli che una volta si chiavano «confini orientali» dell’Italia. A quei cittadini veniva proibito l’uso della propria lingua, come ci ricorda il manifesto che qui riproduciamo e per il quale ringraziamo l’amico storico Massimo Recchioni che lo ha pubblicato sul suo profilo Facebook.

Subito dopo la prima guerra mondiale, venne realizzata una vera e propria persecuzione razzista verso tutto ciò che era slavo. I nomi e i cognomi slavi vennero cambiati con nomi italiani. Venne proibito persino l’uso della lingua slava.
Quanti lo sanno? Quanti lo ricordano? Pochi, molto pochi visto che siamo di fronte ad una nuova riedizione del razzismo basato sulla lingua questa volta nei confronti di coloro che parlano arabo.

I razzisti islamofobi si sono inventati la questione dell’uso dell’arabo durante i momenti cultuali dei fedeli musulmani. È una questione figlia diretta del razzismo basato sulla lingua a lungo esercitato dai fascisti italiani nei confronti degli slavi. Un razzismo figlio della pretesta superiorità della «pura razza italica» esistente solo nella perfida e feroce fantasia dei razzisti fascisti e nazisti.

Sono questi i motivi che mi hanno spinto nei giorni scorsi a criticare il patto fiorentino siglato fra il sindaco di Firenze e il presidente dell’Ucoii. Critica che è diventata in me ancora più convinta dopo aver letto il testo del patto e aver verificato che il razzismo basato sulla lingua è stato fatto passare in modo subdolo, come dichiarazione spontanea dei musulmani. Un modo, che io giudico senza mezzi termini vergognoso, perché scarica la responsabilità del razzismo basato sulla lingua direttamente su chi questo razzismo subisce. Firmando quel patto è come se le comunità musulmane di Firenze avessero chiesto scusa agli italiani per continuare ad usare la loro lingua madre o la lingua nella quale, secondo la loro religione, devono rendere il loro culto.

L’articolo 8 della Costituzione è chiarissimo: «Le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, in quanto non contrastino con l’ordinamento giuridico italiano». E non c’è alcuna norma della Costituzione né alcuna legge che obblighi qualsiasi religione a pregare o a predicare o a fare un qualsiasi atto cultuale in italiano.

Per questo invitiamo tutti a vigilare, a studiare e a ricordare la nostra storia. Il razzismo, il fascismo ed il nazismo non sono ancora morti, sono anzi vivi e vegeti e operano incessantemente nella società per avvelenarla e produrne la sua morte. E noi siamo invece per la vita, che è amicizia, dialogo, fratellanza, solidarietà, comunione dei beni materiali e spirituali.
Giovanni Sarubbi
(www.ildialogo.org)


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