Laboratorio di neurologia dell' Ospedale San Raffaele
30 marzo 2020

Cultura, eventi e spettacoli

Insegnare al tempo del corona virus. La condizione esistenziale dei ragazzi


di Marcello Mannella

Invocato e accolto come un dono inviato dal cielo per allentare un periodo stressante di studio e di continue verifiche; vissuto con gioia ed entusiasmo tipicamente giovanili come riappropriazione di un tempo sottratto dall’odiata/amata scuola alle amicizie, agli amori, agli interessi, agli svaghi, il decreto governativo di sospensione dell’attività didattica si è trasformato nel volgere di pochissimi giorni per tantissimi ragazzi in una esperienza nuova e drammatica.

Le loro vite sono diventate improvvisamente vite interrotte.
Assordante è infatti, anche se generalmente rimane inespressa, la domanda che si agita nel loro animo: perché è accaduto tutto ciò? Qual è il senso? Come si colloca questo evento nelle coordinate della vita fin qui vissuta?
Per la prima volta un’intera generazione è messa di fronte alla coscienza, alla possibilità reale e non soltanto virtuale, del dolore e della morte.

Possiamo cogliere appieno la misura del loro spaesamento se consideriamo che questi ragazzi vivono in un contesto culturale dominato dalla logica economica del consumo che ha creato per loro un ambiente sociale patinato e propone stili di vita caratterizzati dal successo e dal piacere, affrancati da ogni fatica e dispiacere.

Un ambiente sociale e culturale pressoché identico a quello distopico profeticamente descritto da Huxley nel Mondo nuovo.
Il Mondo nuovo di Huxley non è dominato come quello orwelliano di 1984 da una logica punitiva e ascetica. In esso ha preso corpo una società improntata alla leggerezza, alla spensieratezza, alla positività per principio del pensiero, ad una condizione anagrafica e mentale di eterna giovinezza.

In una tale società ciò che è maggiormente aborrito è l’assunzione di un atteggiamento di pensiero critico che espone gli abitanti di quel mondo al “rischio” di prendere coscienza degli aspetti “inquietanti” dell’esistenza come la fatica di vivere, il dolore fisico e psicologico, l’invecchiamento del corpo, la morte.
I nostri ragazzi si trovano oggi nella condizione di Lenina di fronte alla scoperta dell’esistenza della riserva dei selvaggi, cioè di quegli uomini che ancora vivono un’esistenza soggetta al dolore, all’invecchiamento, alla morte, al caleidoscopio imprevedibile delle emozioni e dei sentimenti.

Lenina è sconcertata e impaurita dalla realtà di un mondo altro da quello in cui ha fin qui vissuto e pensato come l’unico possibile. Nello stesso tempo, anche se non sa comprenderlo, è conquistata e incuriosita da quel mondo, dalla complessità umana di John il selvaggio.
Come Lenina, i nostri ragazzi vivono oggi, per la prima volta e in maniera diretta e personale, il compito esistenzialmente impegnativo di elaborare la scoperta della problematicità dell’esistenza, fin qui artatamente sottratto alla possibilità del loro domandare.

La loro condizione psicologica
Anche dal punto di vista psicologico la condizione dei nostri ragazzi è difficile. L’interruzione e la sospensione delle loro vite richiede, infatti, qualcosa a cui generalmente non sono avvezzi. In un tempo in cui essere significa innanzitutto agire, e che spesso si risolve in un agitarsi caotico e compulsivo, si richiede improvvisamente loro di fare appello a qualità mentali che nessuno gli ha mai insegnato: la capacità di sostare presso di sé e la forza d’animo di aspettare che “passi la nuttata”, che tutto ritorni alla normalità.

Sostare presso di sé non è per niente semplice, e non solo per i ragazzi; non è una condizione mentale di cui la “natura” ci dota spontaneamente, ma è il frutto di una disciplina protratta nel tempo rivolta all’osservazione di sé, al dialogo con se stessi. È un’attitudine a cui i ragazzi sono generalmente desueti perché la nostra cultura è fortemente improntata da una logica edonistica che, con la potenza di fuoco rappresentata dai nuovi mezzi multimediali, bypassa la funzione pedagogica della famiglia e della scuola. La condizione mentale sempre più diffusa è pertanto di disagio, che accentua i loro nodi emotivi e caratteriali ed esaspera le inevitabili dinamiche relazionali familiari.

Tensione, rabbia, depressione, tonalità emotive inizialmente sfumate e sullo sfondo, solitamente disinnescate o allentate uscendo di casa, praticando lo sport o i propri interessi, trovando ristoro e conforto nell’amico/a o nell’amato/a, possono allora cominciare ad emergere aumentando considerevolmente l’esperienza di disagio.
In un tale contesto non è per niente facile per i genitori provare ad aiutarli ed essere loro di conforto. Innanzitutto, come tutti, anche loro vivono una situazione di sconcerto e tensione per la situazione sanitaria, ma anche perché per molte famiglie si aggiungono preoccupazioni di ordine economico.

Che cosa può fare la scuola?
Credo che la scuola possa fare molto per i ragazzi, e dunque anche per le famiglie. Innanzitutto, può mantenere vivo il filo con il mondo esterno. Un progetto didattico adeguatamente congegnato ripristina, in una qualche misura e comunque in maniera significativa, la normalità del vivere bruscamente interrotta, restituisce un senso alle loro vite, e può contribuire ad allentare il disagio dei ragazzi in vari modi e per diversi aspetti.

Un piano di lavoro ragionato può innanzitutto dare regolarità e ordine alle loro giornate e aiutare i ragazzi a mantenere la cognizione del tempo, evitando inedia e frustrazione. Gli appuntamenti scolastici regolari attraverso video lezioni (ma anche in altre forme) li richiama alla puntualità, al senso di responsabilità, li aiuta a prendersi cura di sé, del proprio aspetto fisico e mentale; li aiuta a riannodare i fili della relazione e della collaborazione con gli insegnanti e con i compagni.

La presenza della scuola può essere decisiva anche nella funzione di sostegno affettivo e pertanto gli insegnanti – quelli che sentono di poter svolgere questo compito – dovrebbero esplicitare in qualche modo la disponibilità ad ascoltarli.
Tutto ciò è però possibile se la scuola riesce a riscoprire e mettere in primo piano la sua funzione pedagogica. Se gli insegnanti si fanno vincere dall’ansia di prestazione e la loro preoccupazione è soprattutto rivolta agli aspetti cognitivi della propria funzione professionale, ecco che allora la scuola non è di aiuto ai ragazzi. La didattica a distanza è un’esperienza nuova e complessa che richiede un’accurata riflessione.

Innanzitutto il setting di apprendimento è assolutamente diverso da quello istituzionale: generalmente è la stanza dei ragazzi, uno spazio privato, manca pertanto il genius loci dell’ambiente scolastico. Bisogna poi considerare che a fronte del contatto visivo con l’insegnante e alternativamente con i singoli compagni, nelle video lezioni vengono a mancare la percezione d’insieme del gruppo classe e la dimensione corporea della relazione, ingredienti necessari e fondamentali per una didattica interattiva, partecipata e coinvolgente. Il setting d’apprendimento fa quasi esclusivamente appello alle loro capacità mentali, le emozioni e il corpo ne sono esclusi. Questo rende più faticoso e difficile sia mantenere la concentrazione sia assimilare i contenuti didattici.

Un eccessivo carico di lavoro in questa situazione potrebbe contribuire ad accentuare le dimensioni ansiose e fobiche che inevitabilmente sorgono in una situazione di costrizione fisica e relazionale. Potrebbe addirittura far scivolare i ragazzi in una vera e propria atmosfera persecutoria facendogli percepire la scuola come una potenza in grado di raggiungerli anche nello spazio familiare e privato, l’unico nel quale oggi possono stare.

Non solo. Un eccessivo carico di lavoro finirebbe con l’assorbire, in un modo o nell’altro, tutte le loro energie e finirebbe con l’allontanarli dal compito psicologicamente ed esistenzialmente decisivo di elaborare quanto sta accadendo.

Se ciò dovesse verificarsi, la scuola – malgrado le buone intenzioni – mostrerebbe di non aver compreso la particolarità del momento che richiede a tutti indistintamente – insegnanti e studenti, adulti e giovani, qualunque sia la propria posizione nel mondo – di rallentare, di soffermarsi, per cercare di capire che cosa sta succedendo ad un mondo che improvvisamente sembra non essere più lo stesso.

Marcello Mannella Insegnante di Storia e Filosofia presso il Liceo scientifico Talete di Roma.
Iscritto all’albo degli Psicologi e Psicoterapeuti il 11/03/994 con numero di protocollo 5075.
Segretario, didatta e supervisore della SIAR (Società Italiana di Analisi Reichiana).
Membro del Comitato scientifico della scuola di specializzazione in psicoterapia reichiana riconosciuta dal MIUR con decreto 16-01-2004 pubblicato sulla G.U. del 30-01-2004.
Docente nella scuola di formazione in psicoterapia reichiana riconosciuta dal MIUR con decreto 16-01-2004 pubblicato sulla G.U. del 30-01-2004.
Membro della redazione della rivista online della SIAR PsicoterapiaAnaliticaReichiana.
Membro del board scientifico della collana “CorporalMente” presso la casa editrice Alpes.
Pubblicazioni
Mannella M., Wilhelm Reich. Il genio e il dramma. Una lettura analitica post-reichiana, Alpes Editore, Roma, 2014.
Mannella M., L’educazione del corpomente. Cosa significa educare nella società postmoderna, Alpes, Roma, 2018.
Articoli
su PsicoterapiaAnaliticaReichiana: rivista semestrale della SIAR (Società Italiana di Analisi Reichiana).
Il disconoscimento dell’esperienza corporea (1, 2012)
Intervista a Ferri G.: Essere reichiani oggi (2, 2012)
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Il modello post-reichiano della S.I.A.R. (1, 2015) (seconda parte)
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Educare il corpomente (1, 2018)
Il triangolo primario e la nuova genitorialità (2, 2018)
Sessualità e identità (1, 2019)
Il demone socratico e Damasio (2, 2019)
Su Costruttivismi Rivista di Psicologia e Psicoterapia Costruttivista
Laura: paura e desiderio di amare (1-2 del 2018


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