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23 ottobre 2019

Storia, miti, leggende e tradizioni

La Festa dei morti: quando al Sud si intagliavano le zucche e Halloween non era stata ancora inventata


Preghiere e ossa di zucchero, frutta Martorana, vivande e carte da gioco lasciate a tavola per i defunti, lumini accesi e, sorpresa, anche le zucche intagliate!
Sono tante in Calabria e in tutto il Sud Italia le antiche tradizioni e le credenze legate alla commemorazione dei defunti secondo le quali i morti continuano a vivere in un mondo parallelo ma vicino a noi, ci aiutano e ci proteggono e pertanto vanno ricordati e onorati.

Halloween o festa dei morti che sia, le giornate dedicate a chi non c’è più erano gioiose, fatte di sentimenti semplici e popolari, che aiutavano, e forse aiutano ancora, gli adulti a sentire i propri cari defunti sempre vicini e i bambini ad avere familiarità con la morte e a non averne paura.

Già in era pagana i defunti venivano ricordati nel periodo di passaggio all’inverno, la morte simbolica della natura, poi fu fissata in epoca cristiana una data precisa, il 2 novembre, mentre nella religione greco-ortodossa ai defunti è dedicato un giorno della Quaresima. In molti paesi del Sud si credeva fino a non molto tempo fa che i morti continuassero a stare in casa a lungo dopo il decesso, anche un mese, e quindi la sera si lasciava la tavola apparecchiata affinchè si sfamassero.

In parecchi paesi della Calabria era usanza, nella notte tra l’1 e il 2 novembre, di lasciare per i morti la tavola apparecchiata con cibo, vino e anche un mazzo di carte se si trattava di maschi. In alcune zone del Vibonese e del Catanzarese si lasciava anche una lampada accesa fatta con una zucca intagliata (coccalu d’u mortu) esattamente come nell’anglosassone festa di Halloween. La tradizione di preparare delle zucche intagliate per rappresentare i defunti (o meglio le loro teste) si ritrova anche in Puglia denominata cocce priatorije accompagnata da Fuca Coste, falò da accendere nella notte magica per illuminare la strada ai defunti che ritornano sulla Terra.

In altre ancora i defunti venivano nutriti attraverso i poveri del paese, che la mattina del giorno dei morti venivano invitati a mangiare in ogni casa. Lo stesso significato, simile al «dolcetto o scherzetto» anglosassone, ha la tradizione dei bambini che girano per le case a fare la questua in uso in Sardegna ma anche in Puglia e in Abruzzo.

In alcune zone del Cosentino si usava che al mattino presto le famiglie al completo uscivano in corteo recitando il rosario e ad assistere alla Santa Messa, dedicando le preghiere ai defunti e al ritorno c’erano cibo e bevande in abbondanza per tutti.

I morti però tornavano non solo per mangiare e dissetarsi, ma anche per portare doni ai bambini buoni, usanza molto diffusa in Sicilia e un po’ anche in Calabria. Da questa tradizione sono nati i cosiddetti dolci dei morti, preparazioni come le «ossa di morto», delicati e profumati biscotti ai chiodi di garofano, le fave dei morti, dolcetti di mandorla, e le «dita di apostolo», dolcetti con ripieno al cacao e spezie.

In Sicilia, come descritto magistralmente da Andrea Camilleri nel racconto «Il giorno che i morti persero la strada di casa», era tradizione nelle famiglie preparare il cannistro cioè un cesto pieno di regalini per i bambini e dolci tipici, che veniva nascosto nella notte tra il 31 ottobre e il primo novembre e piccoli di casa poi dovevano trovare, tradizione perduta in parte nel dopoguerra con l’arrivo degli americani e l’introduzione di abitudini anglosassoni.
Annamaria Persico


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