sirena
3 marzo 2018

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La leggenda della pastiera e della sirena Partenope


Tanto tempo fa la sirena Partenope, incantata dalle bellezze del golfo di Napoli, decise di stabilire in quello splendido mare la sua dimora. Ogni primavera la bellissima sirena emergeva dalle acque e, per ringraziare gli abitanti di quei luoghi felici, cantava per loro. La sua voce era così melodiosa e affascinante che, per ricambiare tanto affetto, i napoletani decisero di donarle quanto di più prezioso avessero.

Sette tra le più belle fanciulle dei villaggi del Golfo consegnarono i doni a Partenope: la farina, simbolo di forza e ricchezza della terra; la ricotta, simbolo di abbondanza e generosità; le uova, simbolo della vita che sempre si rinnova; il grano tenero bollito nel latte, omaggio dei due regni della natura, vegetale e animale; l’acqua di fiori d’arancio, che è il profumo della terra campana; le spezie, in rappresentanza dei popoli più lontani del mondo; infine lo zucchero, per esprimere l’ineffabile dolcezza profusa dal canto di Partenope in cielo, in terra, ed in tutto l’universo.

La sirena fu molto felice dei doni, salutò con grazia e si inabissò con il tesoro per fare ritorno alla sua dimora marina. Non tenne per sé quelle offerte preziose, ma le depose ai piedi degli Dei i quali, rapiti anch’essi dal suo soave canto, riunirono e mescolarono con arti divine tutti gli ingredienti, trasformandoli nella prima pastiera che superava in dolcezza il canto della stessa sirena. Da allora, in ricordo della Sirena e dei doni, i napoletani misero sempre 7 strisce di pasta incrociate a losanghe sul dolce.

La pastiera napoletana, tipico dessert pasquale, è uno dei dolci più conosciuti e amati in Italia e nel mondo. Dolce, morbida, dal colore dell’oro e dal profumo inebriante, le sue origini risalgono alla notte dei tempi, a quando il grano cotto e le uova accompagnavano i riti pagani che celebravano la primavera, a quando i romani iniziarono ad usare la confarratio, un morbido impasto di farro cotto e ricotta, per le cerimonie nuziali oppure a quando, all’epoca di Costantino Il Grande, nella sacra notte di Pasqua venivano donate ai catecumeni focacce rituali a base di grano, latte e miele.

E’ un dolce che appartiene non solo alla storia, ma anche ai miti e alle leggende mediterranee delle Sirene Ligea, Leucosia e Partenope. Nell’attuale versione, la pastiera fu inventata probabilmente in un monastero, così come altri dolci tradizionali italiani. Già nel Seicento a Napoli le suore dell’antico convento di San Gregorio Armeno erano reputate maestre nella complessa manipolazione della pastiera, e nel periodo pasquale ne confezionavano in quantità per le famiglie più in vista della città. L’antica preparazione ha avuto solo nel Novecento un’unica variante, che è quella dell’aggiunta di una buona crema pasticcera al ripieno di ricotta e uova. L’innovazione, dovuta al dolciere-lattaio napoletano Starace, ha diviso e divide tuttora gli appassionati di pastiera in due scuole di pensiero.

La prima citazione ufficiale della pastiera è del 1636, quando Giambattista Basile ne parla nella famosa opera “La gatta Cenerentola”: E, venuto lo juorno destenato, oh bene mio: che mazzecatorio e che bazzara che se facette! Da dove vennero tante pastiere e casatielle? Dove li sottestate e le porpette? Dove li maccarune e graviuole? Tanto che nce poteva magnare n’asserceto formato.

Risale invece all’Ottocento borbonico un altro aneddoto sulla pastiera: pare che Maria Teresa d’Asburgo-Teschen, soprannominata la Regina che non sorride mai, fu vista sorridere per la prima volta a corte quando, dietro le insistenze del marito, re Ferdinando II di Borbone, assaggiò una fetta di pastiera. Si dice che da qui nacque il detto che i napoletani ancor oggi usano per indurre le persone a ridere: e magnatell’na risata.
Annamaria Persico


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