Gravina  (Foto di Marino Pagano)
6 agosto 2017
Gravina (Foto di Marino Pagano)

Turismo

La quiete atavica e murgiana di Gravina


Una passeggiata. Una domenica. E trovi la Gravina che non ti aspetti. Un’arte qui diffusa e completamente ignorata dai più. Quella dei lavori in terracotta. C’è poi il paesaggio, notoriamente distensivo e meraviglioso. Domenica di fuoco ma ami bagnarti all’antico sapore di Murgia e così ti volti verso l’entroterra più profondo, con una cittadina che da più lati è già lucana.

Come capita ad Altamura, Minervino, Spinazzola, Poggiorsini. Lì dove la Murgia barese finisce, ecco che comincia la fossa bradanica, scava dunque il Bradano che nasce in pieno e alto potentino, ad Avigliano, ma che qui spende magnificamente il suo alveo naturale. Gravina, una volta Silvium, città della imperiosa cattedrale, degli scenari a picco, delle chiesette rupestri tutte da scoprire.

E poi terra che tanto offre come testimonianze di un passato che dev’esser stato grande. Ecco il sito archeologico di Botromagno, con le sue sepolture e il poggio che ne racconta iconicamente il vecchio potere. Per parlare della bellezza di Gravina e dei suoi personaggi storici (uno su tutti il papa settecentesco Benedetto XIII) non ci vorrebbe un pezzo ma una sorta di ispirato e coinvolto romanzo d’appendice, tali e tante cose da descrivere e narrare ci sarebbero.

Ci accontentiamo, per questa volta, di concentrare la nostra attenzione, come si accennava, su una curiosa testimonianza di arte della terracotta, espressione di creatività che qui ha trovato particolare seguito. Inoltre, Murgia: ancora Murgia. Vedremo presto il perché.

Intanto, ecco l’arte del cesello e del modello in creta, assurta ormai a simbolo di Gravina. Artigianato puro, di derivazione agro-pastorale; pretesto per il divertimento dei più piccoli; emblema dell’istintivo estro popolare. La cosiddetta Cola cola è dunque tutto ciò. Quest’arte ha trovato nei fratelli Loglisci, Vincenzo e Beniamino, i giusti e più brillanti suoi araldi. È così nato a marzo un vero e proprio museo della cola cola: una «casa museo», in realtà, dedicata proprio ai Loglisci.

I colori più frequenti nelle raffigurazioni sono il giallo, il verde, l’azzurro, il rosso. In questo museo si coglie l’essenza ludica di tempi andati eppur ancora affascinanti. I piccoli manufatti emanano chiaramente quel fischio così simile, ha sottolineato qualche storico, ai suoni delle vedette paesane di una volta. Un simbolo apotropaico, espressione del brio silvestre e ancora tanto altro. Un museo da visitare (piazza Benedetto XIII, 24).

Veniamo all’agro di Gravina, così magnificamente esteso e controllato a vista dal castello coi suoi ruderi. Giriamo con un amico che è ottima guida e bravissimo fotografo: Piero Amendolara.
Un territorio che vanta il bosco di Difesa Grande, località attraenti sin dal nome (Dolcecanto, ad esempio, ma anche il borghetto di Murgetta), la sinuosa e felice conformazione in altura dovuta al torrente della gravina, per tanti anni il mare dei poveri.

E poi jazzi, regali masserie fortificate, la suadente strada verso Irsina. Ci si perde, a Gravina, innanzitutto perché travolti da un paesaggio che sperimenta, silenzioso, il rispetto di ormai andate e però positive correlazioni tra uomo, animale, ambiente circostante. T’agguanta il silenzio. Scorgi l’orizzonte, guardi ancora, sulla strada per Spinazzola, quell’ultimo frontone di Murgia e sogni, pensi all’avo e ai suoi tempi lunghi e in realtà senza tempo. Doveva essere un tempo di sguardi, di passaggi e cammini.

Ere difficili, di cui qui non si fa idolo. Il mondo pastorale si nutriva anche di ruvide diffidenze, primordiali atmosfere di supremazia e tanto altro. Comuni distorsioni del vivere comune. Del resto, alzi la mano chi può considerare questa, la nostra attuale, come la società perfetta. Anzi. Gravina è tante storie messe assieme come tenue e armonioso disegno d’autore. Eccolo, il ponte sulla “gravina” geologicamente istituita dal bacino idrografico del torrente, acqua che s’insinua sotto Botromagno e la sua collina, grazie all’incontro di altri due corsi.

Lasci Gravina per rincontrarla subito. Non solo quando ritornerai (e ritornerai: da vedere c’è), soprattutto appena te ne vai, nel mentre in cui ascolti la radio, riprendi la strada per Bari e accarezzi mentalmente, spiritualmente tutto quel che hai visto. Lungo il viaggio s’immagazzina ma poi quello stesso viaggio continua perché le immagini fermentano.

E cosi, per queste precise e fini ragioni, è «lungo il viaggio». Noi forse torniamo a casa ma lui parte sempre e ci sollecita, istiga, muove. Si stabilizza dentro di noi, così da non farci fermare mai. Senza alcuna velocità. Un viaggio, soprattutto meridionale e campestre, è un viaggio lungo. Continua, ci anima, questo sì: ma con quiete atavica.
Marino Pagano


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