mata e grifone
5 aprile 2016

Cultura, eventi e spettacoli

La romantica storia d’amore dei giganti Mata e Grifone


Nelle tradizioni popolari si narra la storia di due giganti che costituiscono il simbolo di una romantica Storia d’amore.

Mata è la donna prosperosa dalla pelle bianca che si lascia corteggiare da Grifone, un truce guerriero saraceno con baffi e barba nera, con un viso di carnagione scura, che ha in testa un cappellaccio, un elmo argentato o un cappello di piume. Mata e Grifone sono due enormi giganti che hanno il capo di cartapesta e il corpo coperto da un lungo vestito, che secondo antiche interpretazioni rappresenterebbero gli Dei del passato che governavano il Mondo.

Mata, che è la preda di Grifone, indossa abiti sgargianti, ha addosso collane e piume di tutti i colori, due belle guance rosse, grandi orecchini, e poi fischietti, medaglie, che nell’insieme rappresentano la rozzezza e l’appariscenza delle popolane.

La Storia d’amore si fa risalire all’anno Mille circa, ai tempi in cui i Saraceni dominavano la Sicilia, dove si narra che un Turco, che era arrivato sull’Isola, si era perdutamente innamorato di una ragazza, che si chiamava Marta, in dialetto siculo si dice «Mata», per elisione nella pronuncia della erre. Le nozze furono celebrate solo quando il Saraceno si convertì alla religione cattolica e così prese il nome di Grifone, per la sua gigantesca mole.

Come la Storia narra, sembra che Messina sia stata fondata proprio da questi due giganti e si racconta anche che nel 1060, il Re Ruggero I il Normanno sia partito dalla Calabria alla volta della Sicilia per liberarla dai Turchi. Come segno della libertà conquistata gli isolani siciliani adottarono Mata e Grifone, e quando la storia arrivò anche in Calabria, anch’essa liberata dai Turchi, il popolo adottò i due giganti, aggregando un cavallo, come novello centauro a due zampe e che rappresenterebbe l’arrivo del Re.

Ma la nascita dei giganti si fa risalire anche a un altro episodio accaduto intorno all’anno 1190, periodo nel quale il Re Riccardo I d’Inghilterra, chiamato Riccardo Cuor di Leone, arrivò a Messina per portare a compimento la Terza Crociata, voluta dal Papa Gregorio VIII e che riguardava la liberazione dai saraceni del Santo Sepolcro in Terrasanta. Ma il Re, una volta arrivato nell’Isola, si accorse che il popolo era soggiogato dal potere politico, civile, amministrativo e giudiziario dei greci bizantini.

Riccardo Cuor di Leone, invece di andare a combattere subito i Turchi, nemici della fede cristiana e della libertà, fece costruire su un Colle un grande e inespugnabile Castello, che battezzò Matagrifone, a ricordo dei due giganti. Questo gigantesco Castello suonava come una minaccia e un monito per i bizantini, che subito compresero il messaggio del Re e così decisero di abbandonare Messina.
Alla notizia, i cittadini in quel giorno festeggiarono in piazza la loro libertà, riproducendo in cartapesta le sembianze del Castello Matagrifone, che poi separarono in due parti, generando le immagini del Gigante e della Gigantessa. Questi giganti, come simbolo per le future generazioni, non sono stati cancellati dalla Storia, ma sono rimasti a ricordo della cacciata dei Saraceni dalla Sicilia e dall’allontanamento dei Bizantini dalla Città.

Nel tempo i Giganti hanno subìto notevoli trasformazioni, perché inizialmente erano di legno, in seguito furono realizzati in cartapesta, riducendo anche l’altezza, che all’inizio era di otto metri. L’interno è cavo, dentro il quale si pone un robusto portatore che per tutta la giornata, durante le feste religiose e folkloristiche, al suono degli assordanti tamburi, danza tutto il giorno.

Insieme ai Giganti sfila anche un «Palio», costituito da una lunga e pesante asta di legno che poggia su una sacca di pelle, necessaria per il trasporto al portatore e che è avvolto da un drappo di seta di colore rosso cremisi, avente anche lo stemma della Città di Palmi (Reggio Calabria), con il monogramma «M», che richiama la Vergine Maria, che è la Protettrice della Città.
In cima alla pertica vi è un piccolo globo terrestre con in testa una piccola croce. Il suono dei tamburi che è particolarmente assordante, ritmico e che può essere sentito anche da lontano, aiuta anche il portatore del Palio, nonché i giganti e l’asino a tenere un certo ritmo, delicati e di movenze particolari.

Ormai è un richiamo di grande effetto folkloristico e che viene portato un po’ in giro in parecchie città italiane. Un tempo, quando il Palio passava per le strade, la gente si buttava a terra, forse per avere, più di un santo, una particolare benedizione, o energie che potenziassero il corpo e la salute.

Alcune volte il popolo, ascoltando l’assordante suono dei tamburi, accompagnava ritmando il ballo dei giganti con applausi e battiti delle mani, nel mentre sia Mata che Grifone e sia il portatore del palio, a mo’ di gioco e con l’intento di intimorire i bambini, simpaticamente si genuflettevano verso di loro. Per istinto, impauriti scappavano via sorridendo, per poi ritornare indietro divertiti dell’inchino scherzoso.

Un finto cavallo, realizzato a metà busto, proprio come se fosse un centauro con due zampe, completa il quadretto de giganti, il quale ponendosi tra Mata e Grifone, cerca di allontanarli dal loro innamoramento. Il baldanzoso Grifone, ballando ritmicamente si avvicina sempre più a Mata, come se volesse ghermirla, mentre lei, sempre danzando armonicamente, si allontana in modo civettuolo.
Infine il cavallo, danzando innanzi ai giganti, si allontana accompagnato dal suono liberatorio dei «tamburinari», che indossano abiti saraceni. Per salvare dall’eccessivo uso le iniziali statue dei giganti, in alcuni paesi hanno eseguito delle copie, a salvaguardia delle coppie più antiche, storiche, realizzate da artisti di valore e noti per la loro abilità e bellezza.

Questi giganti hanno pure avuto un legame antico con la cultura popolare spagnola, pezzi che sono diventati testimonianza e storia secolare, simboli dei miti passati e esibiti nell’area del Mediterraneo.
Oggi la loro popolarità si è spostata anche in alcuni paesi del Sud, come la Lucania e le Puglie, dove i bambini li osservano, sfuggendoli, con timore e curiosità. È sicuramente uno spettacolo eccezionale che merita di essere condiviso un po’ ovunque per la sua allegria e per la conoscenza della sua storia e della sua simbologia.
Angelo Di Lieto


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