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8 marzo 2018

News

La storia del manifesto-simbolo «We can do it!» e dell’italo-americana Rosie Bonavita che lo ispirò


Il famoso manifesto con la scritta We can do it (possiamo farlo) di J. Howard Miller, diventato il simbolo del femminismo, ha una storia molto interessante.

Fu creato nel 1942 e la forzuta donna ritratta fu chiamata Rosie the Riveter, Rosie la rivettatrice (rivettare vuol dire unire due pezzi di lamiera con i giunti), ispirata un po’ a tutte le operaie che all’epoca lavoravano duramente nelle industrie metallurgiche e belliche ma soprattutto ad una, l’italo-americana Rosina Bonavita, la rivettatrice dei record, l’operaia poco più che ventenne di Peekskill (New York) che nel 1943 finì su tutti i giornali perché con la sua collega Jennie Fiorito riuscì a fare in sole sei ore 900 buchi e a fissare 3.345 rivetti per la costruzione di un’ala di un aereo da combattimento.

Quando il record venne superato da un altro team, Rosie non si perse d’animo e con un’altra partner riuscì a costruire un’ala di aereo in 4 ore e 10 minuti.

Rosina detta Rosie diventò un punto di riferimento per milioni di americane e un personaggio, anche se non si sentì mai tale. Pensava solo a lavorare sempre di più, lavorando fino a 12 ore sette giorni su sette, e ad occuparsi della famiglia e della comunità. Rosie Bonavita è morta nel 1996 a 73 anni nella sua casa di Peekskill dove aveva sempre vissuto con il marito, Jimmy Hickey, e i tre figli.

La prima uscita pubblica del personaggio Rosie fu in una canzone, scritta nel 1942 da Redd Evans e John Jacob Loeb e venne diffusa su tutte le radio nel 1943.

Sul manifesto il personaggio invece venne tratteggiato per la prima volta nel 1942, non da Miller, ma dal pittore Norman Rockwell che prese a modella l’allora 19enne Mary Doyle Keefe. Il ritratto, un po’ diverso da quello che conosciamo, apparve sulla copertina del Saturday Evening Post nel maggio del 1943.

Il più famoso We can do it! fu commissionato subito dopo a Miller dal comitato coordinatore della produzione di guerra della Westinghouse Company’s, e faceva parte di una serie di poster per uso interno alle fabbriche per motivare le dipendenti durante la guerra e a lavorare bene e con forza d’animo.

Fu solo nel 1982, quando i poster di Miller vennero esposti al pubblico, che We can do it! divenne il simbolo dell’indipendenza femminile e della lotta per i diritti delle donne.
Annamaria Persico


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