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24 aprile 2016

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Lamezia Terme, la sirena Ligea e le Terme di Caronte


Rugnusi, squallarati/ cinanchi, scudillati/ ciunchi, sciancati/ muti, sbalinchi e ccuoscinuti/ vinìtive a jjittare/ intra ‘sta fonte/ si vuliti sanare/ de Caronte: così il poeta calabrese Vittorio Butera decantava negli anni Trenta le proprietà terapeutiche delle acque sulfuree di Caronte ma queste Terme, situate a Sambiase di Lamezia Terme, sono note fin dalla più remota antichità, probabilmente dalla prima Età del Ferro.

A quei tempi di culto della Dea Madre l’acqua, straordinaria e benefica donata dalla madre terra, veniva sacralizzata e divinizzata e nei luoghi da cui scaturiva nascevano grotte e are votive sacre alla Dea e poi, in età magnogreca, templi dedicati alle divinità femminili dell’acqua. Probabilmente anche nella zona delle terme lametine vi era l’ara sacra alla Dea, figura di cui non sappiamo il nome, alla quale si sovrappose quella della sirena Ligea, alla quale subentrò poi in epoca bizantina la vergine e martire di Calcedonia, Santa Eufemia, che diede il nome al Golfo.

Pertanto le acque sulfuree di Caronte sono quasi sicuramente quelle raffigurate nelle famose monete di Terina, ritrovate nella vicina Sant’Eufemia Vetere di Lamezia Terme, mentre vengono attinte con grazia dalla sirena Ligea. Possono essere anche identificate con le Acquae Angae degli Itinerari Romani, di cui parlano diversi autori latini, e conosciute fin dal II secolo d.C.

Le fonti di Caronte sgorgano nell’omonima valle, dalla vegetazione rigogliosa e ricca di sorgenti e corsi d’acqua sotterranei e superficiali. Il terreno dove insistono le Terme sappiamo essere appartenuto all’abbazia basiliana dei Quaranta Martiri, edificata tra il IX e il X secolo e poi distrutta dai terremoti. Accanto ai suoi ruderi esistono resti dei bagni antichi.

Interessanti i toponimi del territorio: l’attuale fiume Bagni, che attraversa la zona delle Terme per poi sfociare nel Tirreno all’altezza di Gizzeria, si chiama così solo dal 1800.

Prima era chiamato Quaranta Martiri o anche semplicemente Quaranta, alcuni storici pensano infatti che il termine Caronte non sia riferito al re degli Inferi ma semplicemente che sia una distorsione della parola Quaranta. Prima ancora il corso d’acqua era chiamato Formiti (denominazione latina, da aquae formidae, cioè acque calde) e in età magnogreca Ocinaro (dalla denominazione greca Okinaros, cioè veloce). La parte alta delle Terme, ora parco naturale, è chiamata Mitoio o Mitoio Difesa, dal greco metòkion che indica l’appartenenza ad un monastero greco, sicuramente all’abbazia dei Quaranta Martiri.

Delle Terme di Caronte, più luogo di culto che di cura di malattie, vi sono molte tracce anche nelle epoche successive: nel V secolo ne parla Goffredo Malaterra, biografo del re normanno Ruggero, mentre Roberto il Guiscardo nel 1056 si fermò nei pressi delle Terme di Caronte per riposarsi dalle fatiche della guerra. Molte sono le testimonianze, riportate in vari testi storici, dell’importanza del luogo sia per i forestieri che per la popolazione del posto che continuava a frequentare Caronte per la bontà terapeutica delle sue acque.

Nel 1700 le Terme vengono acquistate dalla famiglia Cataldi e diventano una vera e propria azienda termale che è arrivata fino ai nostri giorni.
Annamaria Persico


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