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30 novembre 2019

News

L’analisi di Giuseppe Sestito: «Elezioni amministrative a Lamezia. Perché ha vinto Mascaro… »


All’indomani della conclusione della campagna elettorale per le amministrative di Lamezia, mi sembra utile, dal punto di vista dell’analisi politica, chiedersi perché ha vinto Paolo Mascaro ed abbiano perso gli altri competitori e cercare di comprenderne le ragioni. Ritengo che il successo dell’avvocato lametino sia dovuto, certo, a meriti propri; ma anche a gravi demeriti altrui. Vediamo quali sono stati i primi e quali i secondi.

Mascaro ha sempre contestato il provvedimento di scioglimento del Consiglio comunale per infiltrazioni della criminalità organizzata; anzi in certi momenti ha negato ch’esse ci fossero state; non ha cambiato idea nemmeno davanti all’evidenza della sentenza del Consiglio di Stato. Pertanto a partire dal novembre del 2017, non ha fatto altro che preparare la sua rivincita. Sia in senso psicologico che operativo. E lo ha fatto con una frenesia ed una voglia di “vendicarsi” fuori dal comune. Ha continuato ad essere presente tra la gente in tutti i passaggi che il percorso dello scioglimento ha attraversato. Ha cercato di confutare la decisione del ministero degli interni, ha presentato ricorso al TAR del Lazio, che gli ha dato ragione e lo ha riammesso al vertice dell’amministrazione comunale, ed infine si è scagliato anche contro la sentenza del CdS che ha definito come ingiusta.
Cosicchè la maggioranza dei cittadini che si è recata a votare, dandogli il 38,89% al primo turno ed il 68,9% al ballottaggio, ha dimostrato di credere a lui e non a tutti gli altri: politici locali ed istituzioni amministrative o giurisdizionali che fossero. Nell’ora del redde rationem elettorale, insomma, la maggioranza dei cittadini ha ritenuto fondata e vera la sua propaganda vittimistica e si è schierata con lui.
Nel corso della campagna elettorale, facendo ricorso ad un linguaggio verbale che spesso è andato sopra le righe ed è risultato oltre misura auto-incensatorio, ci ha messo il carico da undici, accusando non meglio precisati avversari che sarebbero stati colpevoli, a suo dire, di aver ordito un complotto per massacrare Lamezia e schiacciare lui e tutti i progetti con cui ha tentato di far rinascere e crescere la città. E tuttavia, anche in relazione a questo aspetto, la maggioranza dei cittadini che ha votato ha dato credito a lui e non alla litania sullo scioglimento a cui si sono abbandonati tanti dei suoi avversari.
Infine, è stato l’unico, fra i sei candidati, che abbia presentato “un progetto di città” con una pubblicazione di 50 pagine, in cui ha esposto idee e programmi che sono riassunte sotto il titolo: “Il senso di un impegno per una Lamezia bella, viva e solidale”. Il contenuto di queste 50 pagine può piacere o meno; si può essere d’accordo o in disaccordo con tante sue analisi politiche e sociali e progetti in cui viene promessa la realizzazione di una Lamezia lanciata verso lo sviluppo il progresso e la bellezza in tutti i settori dell’esistenza cittadina, ma resta un fatto che lui lo ha fatto, gli altri no.

Ma l’avv. Mascaro ha vinto anche per la mancanza di cultura politica e di visione strategica delle formazioni della sinistra (Pd e ‘Lamezia bene comune’) che non sono riuscite a dare vita ad una coalizione forte e compatta. Invece di elaborare anche loro un “progetto di città” e formulare un programma realistico ed incisivo per realizzarlo, si sono sedute ad un tavolo trascorrendo il tempo alla ricerca della persona che avrebbe dovuto essere il candidato a sindaco. Mettendo l’aratro davanti ai buoi, e cioè partendo dalle persone e non dal programma, non solo hanno fallito nel tentativo di formare alcun cartello elettorale, ma hanno finito per litigare, accusandosi vicendevolmente. In preda al panico per il tempo che velocemente scorreva e stava per scadere, il Pd ha finito per affidarsi ad un candidato, che sarà pure un ottimo imprenditore, ma che è risultato sconosciuto alla maggior parte dei lametini.
Ho seguito la campagna elettorale del dr. Guarascio e ne ho tratto l’impressione che il suo sforzo, teso a proporsi come personaggio politico per l’amministrazione di Lamezia, fosse positivo e promettente. La candidatura guarasciana portava con sé, però, la debolezza ch’essa fosse la conseguenza di una improvvisa “genialata”, a cui il Pd è stato costretto a ricorrere perchè era rimasto impantanato nella paradossale situazione di non essere riuscito ancora a trovare, a due giorni dalla scadenza delle liste elettorali, il candidato che avrebbe dovuto guidarle. Il ricorso ad un candidato esterno al partito ha reso evidente il drammatico ritardo con cui esso era arrivato all’appuntamento elettorale. Ci si era illusi che l’imprenditore cosentino avrebbe risolto tutti i problemi ed invece il fallimento è stato completo e la frustrazione atroce per l’intera area di sinistra. La responsabilità, è ciò che penso, non è né di Guarascio, né del segretario del Pd Antonio Sirianni bensì del partito, lametino e provinciale, nel suo complesso.
Per quanto riguarda ‘Lamezia bene comune’ neanche il buon risultato del 10,9%, riesce a nascondere la delusione dei suoi seguaci per come si è conclusa la vicenda elettorale né a fugare la preoccupazione della scarsa incisività politica che, in seguito alla scelta dell’ “aureo isolamento elettorale”, il movimento avrà nel prossimo consiglio comunale.
Da nessuno finora è venuto uno straccio di analisi politica, approfondita, per individuare le cause del disastro e proporre qualcosa di sensato e di “rigenerativo”. E su questo vuoto politico siderale, le sinistre hanno cominciato a sperare che il prossimo verdetto della Cassazione possa decretare la incandidabilità del loro avversario. Non essendo state capaci di batterlo sul terreno dello scontro politico cominciano a sondare gli arùspici per cercare di prevedere il pronunciamento dei giudici della Suprema Corte e trarne delle fantasiose conclusioni. Come se il verdetto, nel caso fosse a loro favorevole, potesse rimediare alla carenza di capacità organizzativa ed al vuoto di cultura politica che sono state all’origine della complessiva disfatta elettorale e non, invece, a far aumentare a dismisura il marasma in cui verrebbe a trovarsi la città.

Anche la coalizione di destra (FI, Udc, FdI) è uscita sconfitta perché anche in questo caso il candidato è stato trovato all’ultimo momento, frutto, anche qui, come per il Pd, di una improvvisa “genialata”. Fallito il tentativo di indurre Mascaro a fare un passo indietro o due passi di lato, e “testardamente” ha voluto ripresentarsi con le sue liste, i tre partiti hanno offerto la candidatura all’ing. Ruggero Pegna, nella speranza che la notorietà dell’imprenditore lametino potesse trascinare quella coalizione alla vittoria. Ho seguito anche Pegna nei suoi interventi sui giornali, nei comizi e nelle tv, e ne ho tratto il convincimento che se la sua candidatura fosse stata preparata per tempo e non improvvisata, le sue possibilità di riuscita sarebbero state maggiori.
Ma la mia impressione di osservatore è che gran parte dei voti della Lega lametina e di Forza Italia, non sia andata a lui, bensì a Mascaro. A rendere plausibile questa mia sensazione (che ogni giorno di più si va trasformando in certezza) basta leggere le dichiarazioni dei vertici politici locali dei due partiti. Oltre ad esprimere gli auguri “più sinceri”, si dicono disponibili ad ogni forma di collaborazione con il nuovo sindaco (beninteso, in nome del bene comune di Lamezia e dei lametini…..) e fanno capire di essere pronti salire sul carro del vincitore per non rischiare di rimanere a terra, a bocca asciutta.


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