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30 aprile 2020

Blog

LE RANDAGIATE VERBALI di Daniela Fittante: «I tavoli, all’aperto, dei bar…»


Ebbene si, lo ammetto, il nome della mia rubrica prende spunto dalle mie randagiate a piedi per l’infinita città di Roma.

Randagiate perché sapevo quando uscivo, ma non sapevo quando sarei rientrata, non ho mai avuto una meta, ne una sola curiosità da soddisfare. Rigorosamente da sola, rarissime le eccezioni di compagnia. Con la guida del T.C., quella rossa per intenderci, uscivo e mi perdevo fino allo sfinimento del corpo, mentre gli occhi e la mente chiedevano ancora… ancora.
Chi vive in una città come Roma ne ha sempre milioni di curiosità da smaltire. Anche ciò che hai già visto, cambiando orario, stagione e compagnia, inevitabilmente cambia ed è diverso ciò che hai visto già tante e tante altre volte.

In genere, le mie randagiate romane, iniziano intorno alle 9,00, al massimo le 10,00 del mattino per terminare intorno alle 18,00 le 19,00, ma molto dipende dalla stagione, quindi diciamo in media dai 10 ai 20 km di camminata a zonzo col naso in su, fermandomi ad ammirare, a far foto, a leggere cos’è che sto osservando, a riposarmi.
Ed è stato così che a febbraio, nella mia ultima randagiata, ho fatto camminare il mio ospite, di passaggio a Roma, nel giro “turistico” by night dell’Eterna.
Mi son ritrovata, nella mia seconda città, a far da guida “anomala” ad un mio caro giovane amico, un dotto, un saggio, la cui cultura me lo faceva immaginare un signore sulla settantina, finché non l’ho conosciuto.
Lo avvisai, caro Professò, studioso e cultore del passato e del Bello, stasera ti mostrerò cos’è il Bello ed il passato per me.
Prima tappa, il mio studio professionale, dove sono esposte alcune opere del Maestro Carnevali, quindi subito un po’ del Bello che mi circonda quando sono a Roma, poi subito metro A per scendere a Piazza di Spagna, da lì è iniziata per lui la nuova visione di Roma.
Intanto, una Roma deserta non solo per l’aria gelida a lei non conosciuta, ma per le notizie del Codiv 19 che già da una decina di giorni si ascoltavano in tv e nei crocchi di gente al bar. Pochi i turisti, anzi pochissimi e del nord Europa, di italiani neanche l’ombra.
Nessuna mascherina.
Io e F.P. ci dovemmo prendere a braccetto per resistere all’impeto del vento ed intanto selfie su selfie da invitare ai nostri amici a casa, giù in Calabria che aspettavano le foto di questa strana “accoppiata”.
Attraverso viuzze e stradine di una bellezza mozzafiato, gli dicevo…guarda quei soffiti lignei…questa è la casa dove dimorò tizio, guarda su…guarda quei soffitti affrescati.
Mi rispondeva che avrebbe potuto inciampare e mi chiedeva… ma dove siamo, dove mi porti?
Tanta strada parlando fitti fitti, guardando con gli occhi da amanti, finestrelle ed incisioni, lapidi di monito secolari e rampicanti antichi a divorar le storie che ci alternavamo a raccontare.
Poi arrivati per un arco, alla biforcazione di strade gli dissi… preparati a vedere ciò che già conosci, ma stasera la vedrai per la prima volta.
Devo dirlo, dovevamo essere una coppia sui generis, ognuno imbacuccato in sciarpe, cappucci e cappellini di lana multicolor, camminare col vento freddo che ci entrava nella bocca aperta e le parole calde che ne uscivano.
Ancora due passi, dai….
Piazza Navona.
Nooooo, Dani, dove mi hai portato, da qui non c’ero mai venuto, dai è magnifica così vuota, grazie, sono emozionato…
Ho vinto facile, lo so, il giro l’ho collaudato negli anni e fa sempre quest’effetto, quel che non sapevo è che mi sarei emozionata anch’io, poi, con le storie e gli aneddoti ripetuti ancora una volta ad un nuovo amico.
Cercai un angolo per ripararci dal vento gelido e scelsi le mura della Chiesa di Sant’Agnese e li cominciai la mia narrazione di Storia dell’arte, nel modo che mi trasmise un mio insegnante, quello da cui ebbi l’imprinting già al Liceo e poi in seguito, il grande e prof. arch. Natale Proto.
Raccontai anche la storiella sulle statue della centrale fontana del Bernini, i pettegolezzi dell’epoca, riproposti ancor oggi sulle gelosie tra i due architetti, appunto Bernini e Borromini che realizzò la Chiesa su citata.
Freddo, troppo freddo, andiamo, camminiamo ancora, ancora ed ancora bellezze, la Grande Bellezza.
Arrivammo ai piedi di Giordano, a rendere omaggio al Bruno domenicano e quindi ci sedemmo ad uno dei tanti tavoli all’aperto su una desertissima Piazza Campo dei Fiori, di norma piena di giovani, musica ed allegria, e rimanemmo per un po’ a…. rimirar le stelle.
Ecco, oggi pensavo a questo… quanto è bella la mia città calabrese, ma nulla può confronto a Roma, in Bellezza, in Storia, in Cultura … ecco, dicevo, mi chiedevo, come può un’ordinanza regionale ad avere una Bellezza maggiore di quella di un DCPM…
Ma a volte mi vengono strane domande in mente…


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