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3 giugno 2020

Blog

LE RANDAGIATE VERBALI di Daniela Fittante: «Non è tutto oro quel che luccica» (Quarta parte)


Lo scopo di questa randagiata non è fare un trattato sulla vita ed opere del Michelangelo, ma di raccontare come gli eventi della prima parte della sua vita lo resero sì, il più grande artista di tutti i tempi, ma anche un uomo triste, d’anima agitata, istintivamente ribelle, schiavo della sua stessa vena geniale, misogino, solitario diffidente, stakanovista, insonne, delirante, perennemente senza un soldo, continuamente alla ricerca di nuovi lavori da cui prendere acconti per saldare debiti e quindi rifare debiti per realizzare le opere, un circolo vizioso di stato di necessità che lo segna per tutta la vita.

Eppure capace di grandi gesti d’amore, innamorato fin da fanciullo di Contessina (figlia di Lorenzo De Medici) e non più in grado d’amare altra donna, benché la piccola De Medici andò presto in sposa e morì giovanissima nel 1515.
Capace di dare aiuto ai suoi colleghi più giovani o in difficoltà, regalando loro dei disegni in modo da poterli rendere pitture o affreschi e consentirgli di lavorare.
Capace di esprimere sentimenti profondi, l’ira, odio, l’amore o soltanto l’ironia, in versi poetici.

Pensate che nel nostro immaginario l’artista era un bell’uomo, un’aria assorta e misteriosamente intrigante.
Niente di più falso, colpa dei film e degli attori che ne interpretano il ruolo (Enrico Lo Verso in Infinito del 2018; Alberto Testone nel Il Peccato di Konchalovsky del 2019; ad esempio), ma anche la più conosciuta serie tv per la Rai, La Primavera di Michelangelo, del 1990, in cui il nostro Buonarroti viene interpretato da uno strafigone ventinovenne, Mark Frankel.

Michelangelo era brutto e tarchiato, lui stesso così si descriveva:
“I miei lineamenti, non sono ben disegnati.
La testa è sproporzionata, con la fronte che sopravanza la bocca ed il mento.
Qualcuno avrebbe dovuto usare un filo a piombo”.
Quindi, immaginate quest’uomo, orami sulla quarantina, che continua ad attraversare il Cinquecento tra successioni di Papi e cambi di governi, consapevole della sua bravura, del suo genio, delle sue enormi capacità in ogni campo, che fosse la pittura, la scultura, l’architettura, la poesia, perfino la strategia bellica, eppure mai soddisfatto della sua vita, delle sue opere.

Lui che perseguiva la Bellezza, in un corpo “non bello” secondo gli stessi suoi canoni.
Lui che conosceva l’amore intenso e non fu amato, anzi, visse anche sotto il sospetto d’esser un omosessuale.
Lui che non conosceva riposo e mai poté un lusso per se.
Un rapporto con la religione disastroso, credente, ma di un credo che non si fa cieco dinanzi a Dio, che non ne ha paura, credeva in una Fede che sia ristoro e pace e serenità.
Eppure cambiava continuamente da cattolico a Piagnone seguendo il Savonarola, poi papalino, poi repubblicano, poi ancora nei dubbi, nell’ansia dei perché senza risposte.

Lo avevamo lasciato alla terza sospensione della tomba di Giulio II, richiamato a Firenze dal nuovo Papa Leone X, figlio di Lorenzo De Medici, per la realizzazione della facciata del San Lorenzo, ma tra il 1516 ed il 1527 le opere che iniziò e non terminò sono tantissime e per vari committenti oltre ai De Medici, appunto.
Nel 1527, con il “sacco di Roma, la sua indole ribelle e repubblicana lo portò ad allontanarsi definitivamente dalla famiglia Medicea, che da sempre lo aveva legato artisticamente, tanto che appoggiando il governo repubblicano, fu nominato perfino Governatore generale sopra le fortificazioni, ed in quegli anni produsse molte opere di fortificazioni, macchine belliche e per questo motivo nel 1530 scappò a Venezia temendo le ripercussioni per il tradimento al Papa.
Ma lui era Michelangelo ed uguali non ce n’erano, e possiamo dire oggi, mai altri ce ne furono.

Il Papa Clemente VII, invece, lo perdonò e lo rivolle a Firenze per ultimare il San Lorenzo e dar vita alla biblioteca Medicea Laurenziana che il Nostro realizzò in toto, dalla progettazione della sala e della struttura, agli arredi, alle decorazioni ed alla magnifica scala d’accesso.
A distanza di 16 anni dal fermo dei lavori per la tomba di Giulio II, nel 1532 gli venne rinnovato per la quarta volta il contratto, questa volta la tomba prevedeva solo sei statue.
Il 1533 fu per lui un anno di svolte importanti. Diciamo subito che in quell’anno morì il padre, con il quale viveva in una casetta e costantemente in conflitto per le continue e costanti richieste economiche.
Per farvi capire quale fossero i rapporti tra i due, nonostante l’atto di emancipazione che il Michelangelo aveva ottenuto nei confronti del padre, nonostante la sua indulgenza nell’accoglierlo in casa sua, negli anni intorno al 1530 il padre, all’ennesima richiesta non evasa di soldi se ne va via di casa, diffamando per le strade di Firenze il figlio raccontando che quest’ultimo lo aveva cacciato via e solo ed affamato vagava senza un tetto.

Michelangelo allora fu costretto a scrivergli una lettera per farlo ritornare, ve ne riporterò solo un passo per farvi comprendere quale fosse la persona del Sommo artista:
“Carissimo padre. – io mi maravigliai molto dei casi vostri l’altro dì, quando non vi trovai in casa; e adesso sentendo che voi vi dolete di me e dite che io v’ho cacciato via, mi maraviglio più assai, perché io so certo che mai dal dì che io nacqui per insino adesso, fu nell’animo mio di far cosa né piccola né grande che fussi contra di voi, e sempre le fatiche che ò sopportate, l’ò sopportate per vostro amore. (…) Ora sia la cosa come si vuole: io voglio d’armi ad intendere d’avervi sempre fatto vergogna e danno; e così, come se io l’avessi fatto, io vi chiedo perdonanza. Fate conto di perdonare a un vostro figliuolo che sia sempre vissuto male e che v’abbi fatto tutti i mali che si possano fare in questo mondo;(…)”.

Quanto amore di figlio in questi versi, quanto poco amore di padre ricevuto…
Ma dicevo, anno di svolta, il nuovo Papa, Clemente VII, gli affida l’incarico di dipingere il Giudizio universale ed il Nostro, ritorna a Roma benché pochi giorni dopo, anche questo Papa, muore.
Eletto Papa III, quello del Concilio di Trento del 1545, Michelangelo che aveva ripreso i lavori della tomba per Giulio II, fu liberato da questo ormai gravoso e stanco lavoro, direttamente con un “motu proprio” papale e si poté dedicare completamente alla cappella sistina con l’affresco della parete di fondo con il Giudizio Universale.
Il Cristo che giudica, con affianco la Madonna…potrei scriverci un manuale su quest’opera che ciclicamente sono andata a vedere con devozione quasi mistica e non per la mia fede del tutto assente, ma per la bellezza mozzafiato che mi procura ogni volta la “Sindrome di Stendhal” lasciandomi sciogliere, atona, il un mare di lacrime.

Dico solo, vi sembra un Cristo severo? un tribunale inquisitore? No, Buonarroti riprende e potenzia al massimo il concetto del Dio buono e giusto della volta della Sistina, chiede solo il conto delle personali scelte in cui lui ha lasciato libero arbitrio all’uomo: se hai sbagliato, non starai accanto a me.
Se fossi una credente, mi sarebbe bastato guardare, osservare quella parete dall’esimermi da ogni peccato, da ogni ipocrisia, da ogni menzogna, eppure quanti conclavi ha visto quel Cristo!
Fine Quarta parte.


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