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26 maggio 2020

Blog

LE RANDAGIATE VERBALI di Daniela Fittante: «Non è tutto oro quel che luccica» (Terza parte)


Quando Papa Giulio II dice “Vieni”, Tu devi andare.
E così, dopo il successo inebriante ricevuto per l’entusiasmo del popolo fiorentino e dei colleghi (anche del rivale storico Messer Leonardo da Vinci, nonostante il tentativo di boicottaggio), con all’attivo il contratto d’acquisto di una casa (che non divenne mai sua), finalmente una casa, dopo aver rischiato la gogna per i debiti fallimentari contratti dal padre e con nuove commissioni di alto livello, Michelangelo lascia nuovamente Firenze alla volta di Roma, era il 1505.
All’epoca, quelli, erano viaggi avventurosi, costosi e lunghi, spesso effettuati a piedi e solo chi possedeva un po’ di quattrini poteva permettersi un asino od una carretta, raramente una carrozza, se i soldini eran di più.

Si viaggiava tra Stati diversi, tra diverse politiche e forze in gioco di “potere” e le famiglie nobiliari erano ben più belligeranti, che i palazzi sfarzosi e di lusso potessero fare intravedere, quindi partire e lasciare casa propria e la propria Città, era ogni volta una duplice sfida, “tornerò da vincitore o il mio allontanamento serve a sminuire la mia Città? È un trabocchetto di invidiosi colleghi o è la mia fama a farmi richiedere?

Il settantaduenne Giuliano della Rovere, il Papa Giulio II, il “Papa Terribile”, che a seguito della sua richiesta di un concilio per deporre il Papa Alessandro VI (che era stato eletto con i traffici dei Borgia), gli costò un esilio di dieci anni in Francia, era una figura seccaligna, rude, quasi scorbutica nei modi, ma netta nel linguaggio perentorio, definita dal Sangallo “feroce impetuosità”, ecco, fu così, con questi modi che incaricò il Michelangelo scultore ormai di fama, ma con modi da scalpellino grossolano, di realizzare la sua tomba monumentale all’interno, anzi, al centro della basilica di San Pietro.
Lusingato, ammaliato dalla sua stessa idea di realizzare un’opera imponente, come solamente le opere degli antichi romani potevano essere, il nostro Michelangelo si accontentò, per realizzare questo mausoleo, di meno della metà di quanto avrebbe dovuto richiedere, in base a quanto il suo “impresario” a Roma (Jacopo Galli, banchiere, committente ed amico dell’artista, oltre che collezionista d’arte) gli aveva caldamente raccomandato. Così con i soldi appena sufficienti all’acquisto dei marmi, parte per Carrara, dopo aver generosamente inviato al padre quasi tutti i soldi che aveva ricevuto in acconto per le sue prestazioni, con in mente di realizzare un imponente monumento piramidale, composto da circa 40 statue, dove, al secondo livello, tra la statua del Mosè e quella del San Paolo, in un tempietto, sarebbe stato poi collocato il sarcofago del Papa. Un’opera che avrebbe dovuto glorificare la vita del pontefice, tra le sue conquiste e l’opera in favore delle arti. Mancò solo 8 mesi da Roma, che gli furono fatali.

Al suo rientro in Roma, l’invidia dei colleghi, l’arroganza del Bramante (che si stava occupando, quale architetto, del rinnovo della basilica di San Pietro) trovò il Papa non più interessato alla realizzazione della sua tomba e benché i marmi erano in viaggio per la città papale, il Pontefice, non pagò un sol centesimo per la spesa, ciò indispettì così tanto il Buonarroti che partì immediatamente per Firenze.
Questa, la prima rottura con Giulio II, con due caratteri forti così, si sarebbe potuto prevedere fin da subito il dissidio.
Non mi soffermo sulla permanenza a Firenze né sulle missive che lo richiedevano in Roma, né che per evitare una guerra tra Firenze ed il Papa, non solo gli fu negato lavoro in quella città, ma fu perfino “costretto” a realizzare una statua in bronzo per festeggiare la vittoria papale su Bologna (della quale oggi, ne resta solo la testa…) e far pace con il santissimo ed intanto erano passati altri sette anni.
Rientrato ancora una volta a Firenze, fu sollecitato dal gonfaloniere della città a chiedere l’emancipazione dal padre, affinché questi la smettesse di prendere tutti i soldi al figlio ed il Nostro potesse vivere una vita più serena e decente, ma anche così, Michelangelo, continuò a versare mensilmente alla famiglia buona parte del denaro che guadagnava, senza in realtà avere mai neanche un poco di serenità economica.
Fu richiamato nuovamente, con forza a Roma presso il Papa e sebbene intenzionato a chiudere ogni rapporto con il Pontefice, fu costretto ad accettare un nuovo incarico, per nostra fortuna: gli affreschi della volta della Cappella Sistina.

Riottoso, litigò con Giulio II, che per convincerlo ad accettare quest’impresa, del tutto nuova per il Buonarroti, promise all’artista di fargli terminare il monumento sepolcrale, come era stato precedentemente accordato.
Ovviamente, al Nostro, erano le sfide più ardue, quelle che interessavano e quindi, pur sapendo di avere contro tutti gli artisti romani, accettò l’incarico, anche stavolta sottopagato ed anche stavolta diede quasi tutto il compenso alla famiglia.
Inizio l’opera nel 1508 per terminarla dopo quattro anni, duri, faticosi, con tanti ripensamenti e cambiamenti, ma il tema della creazione divina si svolge su un monocromatismo di straordinario misticismo, il Dio che crea, non è un Dio che punisce, indica la retta via, ma lascia al libero arbitrio se peccare o no, in un azzurro sereno e “divino”.
Inoltre, facendo smontare l’impalcatura progettata dell’Architetto Bramante e realizzandola egli stesso in legno. Cinquemila mq di affreschi collocati a venti metri dal pavimento e lavorando senza chiudere ai riti liturgici i locali sottostanti. Fatica fisica, dolore fisico, rischio di cecità ed altro ancora, ma soprattutto il timore costante di azioni contro la sua persona ed il suo lavoro.
Sempre più chiuso, scontroso diffidente, misogino, viveva in uno stato simile a quello di uno straccione, mangiava poco e male, nessuno se non un paio di amici fidatissimi, conoscevano il luogo in cui dimorava, in cui riposava, raramente lasciando incustodita la volta. Alternava stati di esaltazione artistica, a stati di forte dubbi, perplessità, timore, ritornando poi alla ricerca frenetica dell’assoluta perfezione, mai contento della sua opera.
Questa immane e splendida opera, però Giulio II non potette godersela, morì subito dopo.
Gli eredi riaffidarono a Michelangelo il compito di realizzare il monumento sepolcrale per Giulio II (1513/1516), ma di minor impatto e con meno statue, ricontrattarono il compenso per l’opera chiedendo però al Sommo di lavorare solo per l’esecuzione dell’opera da ultimare i sette anni, cosa che accettò ma non ne tenne fede, sempre a caccia di soldi e gloria.
Il mausoleo ebbe così una nuova struttura d’impostazione e realizzò in solo due anni tre, delle statue tra le quali il Mosè.
Ma quando una cosa nasce storta, difficile che si raddrizzi, pertanto, oltre che alla terza modifica sostanziale dell’opera, nel 1516, con il nuovo Papa Leone X che ordina un nuovo lavoro, il mausoleo di Giulio II si riferma, egli aveva già vissuto metà della sua feconda vita.
Fine parte Terza.


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