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9 giugno 2019

Copertina

L’Editoriale di Francesco Polopoli: «’Cca nisciuno è fesso!»


Giuseppe Prezzolini, oltre a Totò, è arrivato persino a sistematizzare nel 1921 una particolarissima tipologia umana nel Codice della vita italiana, il cui primo articolo suona più o meno così: ‹‹i cittadini si dividono in due categorie: i furbi e i fessi››, concludendo con un perentorio: ‹‹l’italiano ha un tale culto per la furbizia, che arriva persino all’ammirazione di chi se ne serve a suo danno››.

“Bella roba”, potremmo aggiungere, come nota margine! L’occhio, comunque, non tarda ad offrirci una visione più chiara, malgrado i paraocchi, con cui ci siamo per lungo tempo accompagnati: ecco davanti a noi, allora, da una parte, quella schiera che lavora, paga, suda, mandando avanti la carretta, insieme ad altri, per il bene di tutti, dall’altra, quel crocchio che la sa lunga sulla pellaccia degli altri, ahi noi! Forse c’è una scena filmografica capace di rappresentare al meglio questa dicotomia: a dire il vero, è una panoramica ravvicinata su un personaggio dai tratti chiaroscurali, che è quella del celebre ragionier Casoria, di cui discorrono quei fessacchiotti di Totò e Peppino nel film La banda degli onesti.

“Rasenta il codice ma non vi incappa. È furbo”, si dicevano, loro due, tra il serio ed il faceto: mi sa che, nel frattempo, è cambiato ben poco, guardandoci intorno! Ebbene, ad occhio nudo non è difficile riconoscere chi è in malafede. ‹‹’Cca nisciuno è fesso››, insomma! A quanti vogliono scomodare un passo sinottico di Matteo ‹‹io vi mando come pecore in mezzo ai lupi. Quindi siate scaltri come serpenti e innocenti come colombe›› come argomentazione del loro operato, mi va semplicemente di replicare che una sana previdenza non autorizza a cucirsi addosso i panni di una volpe: è tutt’altra cosa, mi pare ovvio, senza documentare ovvie ermeneutiche al riguardo!

Il diritto del più furbo, ben tollerato, oramai, sa di prostituzione della Costituzione: una triste istituzione ufficiosa che non solo non va a costituirsi, ma che pure si depenalizza, stando alla cronaca di tutti i giorni. Poiché per vocazione la lingua si presta ad invocare le cose, almeno è quanto spero, mi soffermerei sulla radice latina di ‹‹furbo››, per capirne anche l’identità: se ‹‹fur, furis›› lo accomuna al peggiore dei ladri, ‹‹furvus››, nell’accezione di ‹‹nero, fosco, buio››, lo macchia di opacità sotto la lente d’ingrandimento dei più. In un paese in cui i colori sono ridenti di luce, e tra l’altro, senza fine dentro tutti i suoi confini, la sua presenza, quella del furbo, cioè, sia pur ripetendomi, si fa umbratile persino per sé stesso.
Animalmente dimentico del gruppo e della specie, pensa ancora di trovare un bell’osso succulento in mezzo alle carcasse e se la ride pure, eccome se non lo fa, ‹‹sgangandosi››, accidempoli! Beh, chi raschia il barile è proprio vile, oltre che scurrile: tuttavia, in casi come questi, si fa avanti il buon Aristotele a scaldare i motori del buon senso. ‹‹La dignità non consiste nel possedere onori, ma nella coscienza di meritarli››: diceva lui, quando la filosofia si spendeva senza denaro, per alzare l’asticella dell’etica cittadina. Altri tempi…alla scuola dell’Ellade! A proposito, ma la nostra scuola che fine sta facendo!?
Francesco Polopoli


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