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19 gennaio 2020

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L’Editoriale di Francesco Polopoli: «Colore viola: risponderne a tono… »


Viola è il colore dei paramenti liturgici usati durante la Quaresima: basta questa minuta informazione per scrollarsi un po’ di invereconda scaramanzia! Tuttavia, mi viene da pensare alle non pochissime ripercussioni cromatiche che a tutto ciò fa seguito, senza che Madre Chiesa c’entri qualcosa, puntualizziamolo subito, pena la Scomunica, e me ne guardo bene, che è meglio! La deformazione è tutta medievale, purtroppo!

In preparazione della Santa Pasqua, almeno per quaranta giorni (e non sono assolutamente pochi!), era vietata, infatti, ogni forma di pubblica rappresentazione: altolà, quindi, agli spettacoli pubblici per le vie o nel cuore delle piazze in città. Ciò comportava per gli attori e per tutti coloro che vivevano di solo teatro notevoli disagi economici: non potendo lavorare, le compagnie teatrali avevano minutaglie al loro lumicino e di conseguenza quel procurarsi il pane quotidiano, legittimato dal Padre nostro, che siamo usi ripetere, era impresa che costava una gran bella spesa, già! Questa è la ragione per cui uno dei pastelli di Giotto ha creato un’allergia così viralmente pigmentata, da fomentare una superstizione che non ha tardato poi a vestire le insegne delle pompe funebri.

Per quanto mi riguarda le mie suggestioni superano di gran lunga sciocchi e bislacchi pregiudizi cementati come questi: Il «colore viola (The Color Purple)», film del 1985, diretto da Steven Spielberg, con protagonista Whoopi Goldberg, di cui celebri sono le parole «Io sono povera, sono negra, sono anche brutta… ma buon Dio, sono viva! Sono viva!», dipinge la conquista di un diritto con una tinta che, a mio dire, è la più rivoluzionaria di tutte. Se poi, in questo calderone, ci metto pure il pensiero di Carl Gustav Jung «Il viola è il colore tra l’umano e il divino, l’unione di due nature», il quadro ha pure una riverberazione psicoanalitica come sua giustificazione, senza contare che negli incontri interpersonali la poesia, come dice Federico Garcia Lorca, non fa che espropriare, col suo sguardo, tutte le luci di composizione spettrale, senza far nascer alcun fantasma: «sono verdi i suoi occhi e viola la sua voce».

Ed io personalmente lo improprio ogniqualvolta m’imbatto in quelle straordinarie Ladies che sanno sfittare le dimore da tutti quegli incolori tabù, che non sono altro che inutili resistenze oscurantiste da far tremare ancora vene e polsi. Per una di loro, D. F., una conversazione non è mai anodina: anche lei, e non è un caso, direi, si tinge di viola, c.v.d. (ovvero come volevasi dimostrare).
Francesco Polopoli


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