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26 luglio 2020

Blog

L’Editoriale di Francesco Polopoli. «Figli delle stelle nel ricordo di un Maestro: Natale Proto»


D’emblée si potrebbe pensare alla canzone di Alan Sorrenti o alle ricerche astro-spaziali di Margherita Hack: invece, il profilo di cielo che mi accingo brevemente ad esaminare è quello di Van Gogh, con un anticipo non abbastanza largo rispetto alla Notte stellata di San Lorenzo.

Mi va di chiuderlo così il mese di luglio con un’attesa agostana che non ha ancora dietro i giorni culminanti della mensilità giulia: il ricordo, quello di un Maestro, che mi presenta l’artista (tra gli appunti sparsi, mai cosparsi di cenere) come l’ultimo degli Impressionisti ed il Primo degli Espressionisti. Natale Proto, nulla da aggiungere, se non che è stato eccezionale pure lui, in quell’unità di numero che racchiude il senso greco del suo cognome. Fogli come questi sono generativi di valore: ecco perché la scuola ha capacità di rendere migliori i nostri figli. Fogli /figli: non ci avevo mai pensato, e lo tesaurizzo, mentre scartabello un semplice portalistino, capace di sprigionarmi, in un crescendo, anni di adolescenza e di maturità.
«Il pennello sta alle mie dita come l’archetto al violino e assolutamente per mio piacere»: eccola qui una chiave di accesso alla comprensione intima dei capolavori vangoghiani. Sentirli, oltre che vederli. Traslata alle relazioni questa riflessione, cosa può suggerirci? Sentiamo, vediamo…direi di no: tante cose ci oltrepassano per nostra volontaria distrazione.

Un altro particolare, poi, è degno di nota: l’educazione all’umanità che filtra attraverso il senso del limite. «La cosa più importante è che tutto vada bene. Perché allora insistere sui dettagli di minore importanza?»: anche qui il discorso del nostro pittore si fa disarmante per tutte quelle volte in cui si fa bega per nulla. Ci si perde in un bicchiere d’acqua, perdendo di vista tutte quelle sorgenti che ti stano accanto e che bastano da sole a distogliere dallo sguardo i sergenti di turno. «Non dimentichiamo che le piccole emozioni sono i grandi capitani della nostra vita e che obbediamo a loro senza saperlo»: in tutto il guazzabuglio di Van Gogh, mediato dalla presenza straordinaria del mio Professore liceale, nella vita cittadina di Lamezia, trovo l’orientamento sub-vocalizzato delle nostre libertà, quelle per cui continuare senza il diktat di nessuno e soprattutto quelle per cui ritrovarsi in armonia con l’arte, mettendo da parte sterili compromessi di risibili mecenatismi.

«Vorrei dipingere uomini e donne con un non so che di eterno, di cui un tempo era simbolo l’aureola, e che noi cerchiamo di rendere con lo stesso raggiare, con la vibrazione dei colori […]. Ah il ritratto, il ritratto che mostri i pensieri, l’anima del modello: ecco cosa credo debba vedersi»: queste parole, tra l’altro rivolte a suo fratello Theo, ci inducono a rivolgere lo sguardo in su, ad meliora et ad maiora, senza abbassarlo mai ed in nessuna circostanza. Di notte special-mente, con un dipinto, salutando luglio, rammemorando una mente speciale.

Prof. Francesco Polopoli


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