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30 giugno 2019

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L’Editoriale di Francesco Polopoli: «Fuga di cervelli e cervelli in fuga»


La Calabria non è nuova alle emigrazioni del sapere: basta dare una scorsa alla produzione alvariana per trovare persino delle ragioni antropologiche. Nel Novecento si lasciava la nostra terra sostanzialmente per contrastare una condizione semifeudale, infrangendola con un atto di coraggio: in pratica, la riscossa degli umili, in tempi in cui l’utilizzo della cultura era sopraffattorio nei confronti delle classi meno abbienti. Una fuga ragionevole, allora, senza perdere la Trebisonda! Anche oggi la realtà si dimostra poco allettante, se è vero come è vero che tante famiglie si lasciano ancora sradicare per il poco amore che sentono dal loro territorio.

La politica non dovrebbe essere inerme di fronte a tanti biglietti di andata: eppure lo fa, ahinoi! Una piccola ancora di salvezza è rappresentata dalla scrittura: ci viene sempre in aiuto, meno male! Ad esempio, un nostro grande intellettuale, Fortunato Seminara, calabrese pure lui, diede testimonianza della sua appartenenza territoriale, anche quando fisicamente era fuori, allo stesso modo della Luna e i falò di Cesare Pavese: ‹‹paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo che anche quando non ci sei resta ad aspettarti››. Questo per dire che chi si sposta, porta con sé il posto che lascia: sarà lirismo, ma è profondamente drammatico!

Comunque, lo scrittore di Maropati, (Seminara, per intenderci) aveva coniato un’equazione inversa per tutte le sue argomentazioni: all’infelicità di una terra corrisponde, per contrasto, la fecondità di un pensiero che la fortifica dallo stato di malessere in cui versa da molto tempo (dall’Unità d’Italia ad oggi). Soffermandosi all’aspetto letterario, nel fare manzonianamente il sugo della storia, sempre lui, questo nostro autore corregionale, riusciva addirittura a riesumare, dalle nostre parti, succhi narrativi e linguistici superiori di gran lunga ad altre realtà italiane: ‹‹i più densi e nutrienti, quelli calabresi, ormai stracchi quella tradizione toscana, scialbi o inesistenti quelli delle altre regioni››. Forse dovremmo rammentare queste lezioni per issare la bandiera della dignità per la nostra Regione, che storicamente, mi va di sottolinearlo, ha fatto da Maestra alla letteratura più adulta del pensiero panitaliano. Parola di Petrarca e di Boccaccio, il che è tutto dire, con fonti alle mani! Nel frattempo, però, va ripensata tutta la gestione della cosa pubblica per voltare pagina nel Mezzogiorno: questo nostro Sud è proprio incartato ma auspica (sud)ate carte, quelle della poesia, perché ce se ne possa rinnamorare. Sursum corda!
Francesco Polopoli


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