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16 giugno 2019

Copertina

L’Editoriale di Francesco Polopoli: «Il Galateo? Roba da Dio!»


di Francesco Polopoli
Stando ad alcune frange di pensatori, il primo autore ad occuparsi del Galateo fu proprio Clemente Alessandrino, che ne Il pedagogo propose le regole per stare a tavola, vestirsi, come parlare correttamente fino anche all’uso dei profumi, anche se è notorio a tutti che è nel periodo umanistico-rinascimentale che avvenne l’exploit del bon ton: dal De la Civilité puérile (o De civilitate morum puerilium) di Erasmo da Rotterdam fino al Galateo overo de’ costumi di Giovanni Della Casa.

Insomma, in fatto di buon comportamento, siamo figli dell’Età moderna, data la sua sistematizzazione canonica avvenuta esattamente in quel periodo. Da lì sono venuti fuori norme e rituali che fanno una buona presentazione, così dicitur! Qualche esempio!? Curiosiamo tra le precedenze dei generi, ad esempio, per sottolineare quanto una convenzione sia così radicata da non emanciparsi per buona creanza, assolutissimamente! Eccone una: l’uomo cede sempre il passo alla donna uscendo da un luogo chiuso ed entrando in un ambiente privato e conosciuto, come la casa di parenti o amici; quando invece si apprestano ad entrare in un locale pubblico, come un bar o un ristorante, deve essere lui a precederla.

Perché? È naturale chiedersi a questo punto. Beh, semplicemente per una regola su cui Ariosto e Tasso avrebbero riempito ottave per la loro ispirazione se fossero oggi redivivi. Nella tradizione cavalleresca, infatti, era il cavaliere ad ispezionare un luogo prima della dama, poiché una taverna poteva ospitare risse o altri disordini a lei poco adatti. Considerato che nel 1455, nella stamperia di Mainz (Magonza), appare la monumentale Bibbia latina di Gutenberg, su due colonne di quarantadue righe (detta Biblia Mazarina, dal primo esemplare conosciuto, conservato nella Bibliothèque Mazarine di Parigi), anche le buone maniere, per un principio di nobilitazione, non hanno faticato ad elevarsi a forma di catechesi applicata.

Come non ricordare, in questa sede, Siracide 31, 12 sg. che prescrive, a chiare lettere, addirittura come ci si debba comportare a tavola per essere un degno figlio di Dio?

12 Davanti a una tavola imbandita
non spalancare la bocca e non dire:
‘Quanta roba buona!’.
13 Ricordati che non c’è cosa al mondo
più brutta di un occhio avido.
Per questo davanti a ogni cosa si riempie
di lacrime.
14 Non allungare la mano sui cibi che un
altro desidera,
non urtarti con il tuo vicino:
se vi servite allo stesso piatto,
15 dai tuoi desideri puoi immaginare quelli
degli altri,
quindi cerca di riflettere prima di ogni tuo
gesto.
16 Sii educato, mangia quel che ti
presentano,
non far rumore quando mastichi, se non
vuoi essere disprezzato;
17 per educazione sii il primo a smettere di
mangiare
e non fare l’ingordo per non suscitare
disgusto.
18 Se sei in compagnia di molti
non essere il primo a servirti.
19 Chi è educato si contenta di poco,
e così non sta male quando va a dormire.
20 Chi mangia con misura, fa sonni
tranquilli,
si alza di buon’ora e si sente in forma;
invece affanno e insonnia, nausea e
vomito
sono il premio per l’ingordo.
21 Se ti hanno costretto a mangiar troppo,
alzati, corri a vomitare e ti sentirai meglio.
22 Figlio mio, ascoltami, non trascurare i
miei consigli
perché alla fine vedrai che le mie parole
sono vere:
in tutte le tue azioni sii misurato
se non vuoi buscarti qualche malanno.
23 Tutti lodano chi offre uno splendido
banchetto
e danno testimonianza della sua
generosità.
24 Tutti mormorano contro il tirchio che
invita a tavola
e danno testimonianza esatta della sua
avarizia.

Pertanto, la moderazione, per dirla in soldoni, è sinonimo di educazione! Allora, «temperanza ti freni, e prudenza ti meni»: Dio, docet! Purtroppo, allo stato attuale, tra le buone maniere e il congiuntivo, è una bella gara a chi si estingue prima. Mentre scrivo, per chiudere, sento qualcuno sgomitare per chiedermi: «secondo il galateo lo smartphone deve andare alla destra o alla sinistra del piatto?». Ovviamente mi taccio: tacciarlo è raccogliere la provocazione. Anche il silenzio è un’eloquente risposta: non credete?
Francesco Polopoli


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