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31 maggio 2020

Blog

L’Editoriale di Francesco Polopoli: «Il vocabolario italiano appartiene ai contatti. In tempo di Covid ci siamo ridotti a 19 parole, mi sa!»


Che quasi tutto il lessico sia contenuto nella Commedia dantesca è risaputo da tempo: che abbia una matrice sensoriale, è detto di meno, purtroppo! Esperiamolo a livello linguistico per trarne le opportune riflessioni: dobbiamo vederci “chiaro” in questa faccenda, secondo il mio punto di “vista”, senza “ombra” di dubbio, questa è un’idea “brillante”, ha un sorriso “luminoso”, è una situazione “oscura”, dobbiamo adottare una “visione” di lungo periodo, siamo in vicolo “cieco”, vorrei “vedere” un bel cappotto “colorato”, devi uscire da questa “visione” schematica, mi pare una persona “lucida” con un “chiaro” obiettivo.

Pochi esempi per capire quanto il modello visuale aggiunga uno dei nostri sensi al senso logico di quanto espresso. Non solo: stammi bene a “sentire”, ora “ascoltami” attentamente, questo mi “suona” falso, è una nota “stonata”, drizzare le “antenne”, questa notizia è “musica” per me, un dubbio silenzioso si faceva strada, “parli” come un vero saggio. Qui, invece, la percezione auditiva richiama l’udito, l’altro canale attraverso cui è filtrata la nostra comunicazione. Che dire, poi, dell’area cinestetica, quella afferente, cioè, a sensazioni corporee legate al tatto, al gusto e all’olfatto!?Riesci ad “afferrare” il concetto? Era come un “caldo abbraccio”, era veramente una “persona gelida”, dobbiamo rimanere “con i piedi per terra”, questa torta mi ha lasciato “l’amaro in bocca”, sento “puzza di bruciato”, quella notizia è stata un “pugno nello stomaco”, talvolta occorre “sporcarsi le mani”: espressioni come queste fanno cogliere l’idea generalizzata che quanto è soggetto a pensiero passi attraverso il canale sensitivo dei soggetti.

A tal riguardo gli studi di Francesco Di Fani sarebbe un ottimo spunto di approfondimento: la spanna della percezione è tangibile a pelle, lo direbbe lui, sicuramente meglio di me! Eppure, in questa quarantena di prevenzione, abbiamo persi i sensi, senza sincopi o lipotimie, intendiamoci. Ne ha risentito pure il linguaggio, immiserito su post stringatissimi, per giunta tarati sul terrore mediatico del numero dei contagiati, guariti, deceduti: e la lingua? Contagiata, deceduta, ora in via di guarigione, spero! La ragione? Perché siamo a distanza e non in presenza. «La vera pastasciutta è quella che sta sulla tua tavola, non quella che stanno preparando alla “prova del cuoco”; la vera mamma è quella che ti abbraccia e non quella della fotografia sul comodino; il vero amore è quello in cui tocchi la tua donna e non quello in cui baci lo schermo della videochiamata», confessa con tutta sincerità Mario Lentano: al di là della provocazione e della prevenzione (legittima, direi, perché non oso metterla in discussione) mi vengono solo i bordoni al pensiero che il virtuale, tanto demonizzato a livello mediatico, fino all’altro ieri, possa diventare prassi corrente per protrazione di diffidenza anche dopo lo scampato pericolo. Lì perderemmo la Trebisonda, per non parlare dei nostri centri sensori, sfiniti perché sempre più ridotti al lumicino: una nuova resistenza chiede di riprenderci in mano la nostra esistenza, prima di formalizzare le interazioni condizionate a lunga scadenza. Non vorrei che fosse minata la categoria sociale che del prossimo ha fatto colui cui ci si approssima: in cuor mio sento che questa distanza di sicurezza ce la porteremo come zavorra per lungo tempo e che la prossima campagna d’informazione avrà come oggetto il nutrimento dell’anima e l’educazione sentimentale. C’è tanta deprivazione (con la “i” d’ingiustizia, per evitare un “qui pro quo” vocale): essere disappetenti è negarsi una buona conoscenza, più che uno strano appetito!
Francesco Polopoli


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