NAPLES STATE OF MIND by NAF-MK
26 gennaio 2020
NAPLES STATE OF MIND by NAF-MK

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L’Editoriale di Francesco Polopoli: «La politica ci mangia… »


Tutto parte da lontano, dal nostro Risorgimento: alla faccia, siamo messi bene, direte!
Se ne era accorto persino lui, il babbo di un ancor giovanissimo Camillo Benso Conte di Cavour, che tanto babbo non era evidentemente, quando a sua moglie partecipò le sue personalissime considerazioni sul proprio pargoletto di-vino: “Nostro figlio è un ben curioso tipo. Anzitutto ha così onorato la mensa: grossa scodella di zuppa, due belle cotolette, un piatto di lesso, un beccaccino, riso, patate, fagiolini, uva e caffè. Non c’è stato modo di fargli mangiar altro!”.

Insomma, in erba c’era un grande cultore dei piaceri del palato, un estimatore della buona tavola e del buon vino; e che forchetta, diciamolo pure, senza nasconderlo minimamente, col beneplacito di tutte le stoviglie che, se potessero, di lui parlerebbero a voce alterna, come nelle giaculatorie cristiane! Cavour aveva un chiodo fisso per la cucina: ce lo dice il suo panciotto, tradito e ristretto da un’indulgente iconografia: oggi gli schermi televisivi fanno altrettanto con i dovuti restringimenti delle camere da ripresa, per fare giusto un confronto. Lo statista cucinava la politica come un piatto da menù, allora: ed il suo linguaggio era tutto digerito in bocca.

Magna politica, grande politica, cioè; macché, alla lettera: si magnava tanto, eccome! Un esempio su tutti è un dialogo epistolare tenutosi nel 1860 con Vittorio Emanuele II. Garibaldi aveva già conquistato la Sicilia e si stava dirigendo verso la Campania “le arance sono sulla nostra tavola e stiamo per mangiarle. Per i maccheroni bisogna aspettare perché non sono ancora cotti” e subito dopo “lasciamo cuocere i maccheroni (Lasciamo arrivare prima Garibaldi a Napoli)”. Rispondeva il Re “i maccheroni non sono ancora cotti, ma le arance sono già sulla tavola e non possiamo rifiutarle”.

Conquistata Napoli Cavour scrisse “I maccheroni sono cotti e noi li mangeremo”. Un modello di politica gastronomica, non c’è altro da aggiungere in merito, credo! Ultimo aneddoto a proposito di lui: dopo aver respinto l’ultimatum austriaco e proclamato la guerra, il 29 aprile del 1859, avrebbe pronunciato: “Alea iacta est (oggi abbiamo fatto la storia) e adesso andiamo a mangiare!!!”. Infine, per chiudere, pare che fosse pure uso ripetere: «plures amicos mensa quam mens concipit» (cattura più amici la mensa che la mente), ed era così persuaso della capacità diplomatiche del vino che non lasciava partire nessuno dei suoi ambasciatori verso l’estero senza una scorta di Barolo in carrozza.

A tarallucci e vino, quindi, lo diciamo tutti noi, vero!? Qualche differenza: sia pure tra mille contraddizioni, in quei tempi nacque casa Italia, mentre oggigiorno, tra tutte le Repubbliche, che si sono succedute, sempre più ci sentiamo alla frutta. Credo che sia l’unico caso in cui la sana dieta non rimi con il benessere, assolutamente: tuttavia, ristoro e ristorante non si lasciano schiattare, perché parenti stretti della speranza, che al di là di ogni cosa continua ad essere tutto ciò intorno a cui mordere ancora, senza demordere.

Francesco Polopoli


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