pettegolezzo
24 novembre 2019

Copertina

L’Editoriale di Francesco Polopoli: «Le chiacchiere malevoli hanno sempre avuto le ore contate… »


Beh, è questione di tempo, per tutte le ore, anche quando cambia l’ora solare, per cedere il posto a quello legale: la verità non risparmia, infatti! Fuor di metafora, entriamo subito in medias res, scusandomi per l’eccezionale licenza che troverete qui di seguito. «Semel in anno licet insanire», un buon Romano mi avrebbe giustificato: quindi, forte di questo, non quanto Ercole, però, proseguo!

Chi ha familiarità con la Serenissima ha sicuramente avuto a che fare con la sua ironia arguta e canzonante: pertanto non stupisce più di tanto che la parola «pettegolezzo» derivi dalla loro lingua (guai a chiamarla dialetto!). Dal veneto «petegolo», derivato di «peto», in rapporto alla locuzione «contar tuti i peti», elegantemente interpretata dal dizionario etimologico in «raccontare tutti i particolari insignificanti», dicunt; per quanto mi riguarda, invece, io trovo – ma lo dico rozzamente, rispetto alla dolcezza ipnotica del veneziano – che «peto» (diversamente da «scorreggia», traslato più pecoreccio che viene da «perdere la correggia» e cioè «lasciare andare la cinghia che tiene il ventre») metta assieme rumori e odori, dando esattamente la sensazione sgradevole, orecchio e olfatto, del pettegolezzo.

Si ascriveva un tempo una famosa frase a Giulio Andreotti «nel bene o nel male, purché se ne parli», che in realtà è una frase di Oscar Wilde. Potrei concludere, allora, che quest’arietta rossiniana definisca più chi la dice, che chi la subisce, appunto per la sua lapalissiana impopolarità: «ccà nisciuno è fesso», come calza a pennello un ben noto adagio campano. Ma forse prima è meglio svaporare questi gas aerosolizzati, facendoci le orecchie con il Barbiere di Siviglia, che è meglio:

La calunnia è un venticello,
un’arietta assai gentile
che insensibile, sottile,
leggermente, dolcemente,
incomincia a sussurrar.

Piano, piano, terra terra,
sottovoce, sibilando,
va scorrendo, va ronzando
nelle orecchie della gente
s’introduce destramente,

e le teste ed i cervelli
fa stordire e fa gonfiar.

E dopo aver ascoltato un brano classico così illuminante, non posso che liquidare la calunnia come cosa s-piritata, mantenendomi educato, senza sopprimere la sibilante iniziale, nella buona pace di Monsignor Giovanni della Casa, il cui Galateo non mi permette di andare oltre. Peto veniam…

Francesco Polopoli


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