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9 febbraio 2020

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L’Editoriale di Francesco Polopoli: «“Mbitratu” è il cervello, persino per la scienza! D’accordo pure sulla cipolla… »


Prendendo spunto dall’area semantica del nostro vernacolo lametino, che assegna a quest’aggettivo il significato di inespressivo, vitreo ma anche di sgranato o minaccioso, scopro contemporaneamente che la Scienza ha anche i suoi reperti per dirci qualcosa di più del nostro cervello, questo sconosciuto!

Sul New England Journal of Medicine leggiamo, infatti, di tessuti cerebrali vetrificati, roba da non credere, ma è tutto vero! Appartengono al custode del Collegio consacrato al culto di Augusto, un edificio religioso dell’antica Ercolano, morto durante l’eruzione del Vesuvio del 79 d. Cr. «In natura la vetrificazione si verifica raramente – chiarisce Petrone, antropologo dell’Università Federico II di Napoli, che da oltre 20 anni studia gli effetti del cataclisma partenopeo sul territorio campano e sulla sua popolazione – ed è ancor più rara in ambito archeologico, dove gli unici casi conosciuti riguardano tessuti vegetali, in particolare il legno carbonizzato.

Essa si ottiene riscaldando i materiali fino a quando non si liquefano e quindi raffreddando il liquido rapidamente, in modo che passi attraverso la transizione vetrosa per formare un solido. Ed è questa l’esatta sequenza di eventi che debbono essersi verificati nel caso della vittima del Collegio degli Augustali. I resti del cervello, esposti all’alta temperatura della cenere vulcanica, devono essersi prima liquefatti e subito dopo solidificati in una massa vitrea dal colore nero».

A questo punto qualcuno può chiedersi se abbia fondamento scientifico pure l’adagio popolare «u ciarviallu è nu velu i cipulla»: credo di sì, per le scarne conoscenze anatomiche, di cui sono in possesso, ma sufficienti, forse, a suffragarne una piccola relazione. Il cervello è avvolto dalle meningi, tre membrane, che lo separano dalle pareti ossee della cavità cranica: il paragone immediato è quello di una sfoglia di cipolla, per l’appunto, anche se sarebbe preferibile parlare di metafora in questo caso che, per inciso, non è una brutta parola!

Nessuno, comunque, finora è stato trovato con le cipolle in testa: solo i piedi potrebbero dir la propria, ma sono muti, purtroppo. Vero è che ‘ci vestiamo a cipolla’ quasi tutti, ormai, per via di un sereno variabile, che è una costante meteorologica, da un po’ di anni a questa parte. Queste cipolle non si incontrano solo per strada, uscendo, ma anche nei luoghi più diversi, come la scuola.

Scrittore e insegnante appassionato, Daniel Pennac, ci invita a riflettere in chiave psicologica in merito ai vissuti degli studenti quando entrano in classe. “I nostri studenti […] non vengono mai soli a scuola. In classe entra una cipolla: svariati strati di magone, paura, preoccupazione, rancore, rabbia, desideri insoddisfatti, rinunce furibonde accumulate su un substrato di passato disonorevole, di presente minaccioso, di futuro precluso. Guardateli, ecco che arrivano, il corpo in divenire e la famiglia nello zaino. La lezione può cominciare solo dopo che hanno posato il fardello e pelato la cipolla. Difficile spiegarlo, ma spesso basta solo uno sguardo, una frase benevola, la parola di un adulto, fiduciosa, chiara ed equilibrata per dissolvere quei magoni, alleviare quegli animi, collocarli in un presente rigorosamente indicativo”. Anche quest’ultima è scienza, umana potremmo chiamarla, ed i cui benefici sono assimilabili alle proprietà terapeutiche della nostra pianta bulbosa: di cuore parliamo, che ci sta a cuore, ovvero del buon circolo della nostra comunità tutta. Insomma, dalla vetreria all’ortofrutta può non perdersi la nostra Trebisonda, mi sa!

Francesco Polopoli


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