madri
19 maggio 2019

Copertina

L’Editoriale di Francesco Polopoli: «Nel nome delle madri o di tante nostre nonne… »


Ci sono immagini manzoniane o icone fotografiche di una pregnanza comunicativa tale da far tracimare sentimenti espressionisti.
Una è questa, ad esempio, in un misto di durezza e tenerezza: è del grande Pepi Merisio: la trovo emblematica. La donna che sopporta carichi immensi con la dignità e la fierezza di una regina. Mi incanta il colletto bianco col pizzo… più prezioso di una collana di diamanti, dice Beatrice Lento, cara amica, istituzionalmente impegnata.

Anch’io mi lascio prendere da questo stesso sguardo muliebre, tutto composto, a vedere, mentre occupa la panoramica sovrastante: la saccoccia sulla testa sembra, poi, andare oltre le vette della montagna, stagliando una figura, che s’affigge nella volta celeste tra gli sbuffi delle nuvole. Una roccia emersa dalla terra: una grande Titanessa.

Non nascondo che alla descrizione mi si avvicina pure la lirica dell’anima, che vergata a mano da Alda Merini, sembra fare proprio per questo personaggio femminile:
Fragile, opulenta donna, matrice del paradiso
sei un granello di colpa
anche agli occhi di Dio
malgrado le tue sante guerre
per l’emancipazione.
Spaccarono la tua bellezza
e rimane uno scheletro d’amore
che però grida ancora vendetta
e soltanto tu riesci
ancora a piangere,
poi ti volgi e vedi ancora i tuoi figli,
poi ti volti e non sai ancora dire
e taci meravigliata
e allora diventi grande come la terra
e innalzi il tuo canto d’amore.

Personalmente, sopra tutte le righe, penso alle incombenze familiari di ogni donna, centuplicate a tante altre cose (che, oggi, chiameremo lavoro straordinario, mentre, allora, era solo ordinario su ordinario, punto e basta!). Alla bellezza dignitosa di tutte queste donne, come questa che lavora umilmente ai campi, dovremmo ripetere infinitamente grazie, per aver preparato il terreno a tante meritorie conquiste su temi di parità e di ruoli sociali.

Certo, oggi la situazione si fa paradossale in una fase di transizione alquanto paradossale. Fuori il padre, fuori la madre, dentro i nonni, o figure sostitutive raccolte qua e là nella vasta gamma della scenografia pubblica e privata del nostro territorio, senza parlare di tanti nostri giovanissimi, delegati ormai alle scuole, come surrogato dell’ambiente domestico. Un equilibrio va trovato – è opinione condivisa da tutti – senza gravare, però, sulla pelle dei soliti ruoli, codificati, per lungo tempo, da una genetica di tradizioni, che è offensiva di tutto l’impianto evoluzionista postdarwiniano. Giacché i geni sono pari e non dispari, ne conviene che geniali sono gli stessi compiti, anche per le stesse cose! Quindi, rimbocchiamoci le maniche!
Francesco Polopoli


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