Illustrazione di Steve Cutts sulla generazione di “Smartphone-zombies”
5 gennaio 2020
Illustrazione di Steve Cutts sulla generazione di “Smartphone-zombies”

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L’Editoriale di Francesco Polopoli: «Nomofobia o “artìatica”. Voi come la chiamereste?»


Innanzitutto l’artìatica non è «un modus essendi», ricordando il compianto don Natale Colafati, tra l’altro, bravissimo masticatore di locuzioni tomiste: “si tiene”, quasi come una malattia, proprio così! E in effetti, anche se questa curiosa parola, per chi ancora se la ricorda, è venuta ad indicare vivacità e irrequietezza, la sua origine è ricondotta al lessico medico.

Nel suo “Vocabolario napoletano lessigrafico e storico”, pubblicato a metà Ottocento, Vincenzo De Ritis individua l’etimologia del termine nel tardo lat. “arthritis”, su cui persino la Crusca è concorde, benché la nota Accademia la giustifichi come calco del greco ἀρθρῖτις, il morbus articularis, cioè, quella particolare forma di febbre reumatica che provoca forti spasmi involontari alle articolazioni. Un suo sinonimo, pensate un po’, doveva essere la gotta, che secondo la scienza medica d’allora era provocata da un umore che colava “a goccia” nelle articolazioni provocandone agitazione: altri ancora mettono in pentola persino il ballo di San Vito.

Ho capito che a creare parentele ed alberi genealogici non ci vuole molto, già! Ora che ci siamo, chiudendo il cerchio, infiliamo pure il morso della tarantola: tanto l’effetto sulla persona è il medesimo, aggiungo io (con ironia)! Che c’entra tutto questo con il linguaggio? Beh, per metafora, si è estesa la sfera d’uso di questa voce lessicale su un piano diverso: chi è perennemente frenetico e vive in modo convulso e agitato o chi, semplicemente, è estremamente vivace, potrebbe «tenere l’artìatica», senza dover ricorrere ai farmaci da banco delle nostre farmacie, perché malattia organica non è, nonostante sia un disturbo da non sottovalutare.

In quanti ne soffrono? Tantissimi: basta guardare i nostri dispositivi elettronici tra le mani, per rendercene conto «de visu», anzi no, visto che lo sguardo di ognuno è curvato in basso senza incrociare quello del più prossimo. Insomma, le falangi di tutti sembrerebbero superare di gran lunga l’armata macedone come rapidità ed azione: gli specialisti parlano di nomofobia, io da giovane lametino sono ancora affezionato alle radici del mio vernacolo. Memorie artritiche di un dizionario che non può e non deve scomparire, non siete d’accordo?
Francesco Polopoli


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