Lamezia Terme-Statua bronzea Federico II (opera di Maurizio Carnevali)
12 luglio 2020
Lamezia Terme-Statua bronzea Federico II (opera di Maurizio Carnevali)

Copertina

L’Editoriale di Francesco Polopoli: «Perché leggere la Divina Commedia?»


Semplice, perché nella Divina Commedia c’è tutto: persino, la migliore parte della nostra calabresità. Per quale motivo, rispondendo alla seconda parte di quest’asserzione? Basta leggere il canto dodicesimo del Paradiso, per farsene un’idea: “(…) e lucemi da lato / il calavrese abate Giovacchino,/ di spirito profetico dotato (…).

La nostra Regione non è presentata a tinte fosche, fateci caso, e siamo nel Trecento: potremmo sottoporlo non solo a quanti continuano a calcare la mano su cliché d’abuso comune ma anche come ideale risposta allo spot assurdo di EasyJet sulla terra bruzia, uscito di recente, come sappiamo tutti. Per il Fiorentino, il padre della letteratura italiana, ci troviamo in un contesto raggiante di luminosità: il verbo dello splendore viene prima di tutto il resto, quasi a sottolineare un irraggiamento straordinario di grazia.

Poi su tutto vale l’osservazione di un poeta dalla voce argentina per amare l’opera di quest’autore italiano: “la rileggo a mente, a voce alta o senza pronunciare una parola, lasciandomi scivolare nelle spirali di quei versi che traggono infinitamente verso l’infinito. Alla mia età, avrei il diritto di essere stanco. Ma, leggendo Dante, scivolo in un tempo senza tempo, e la mia immaginazione — impercettibilmente, a momenti — coglie l’eterno. Forse significa che l’Eterno esiste. Questa elegante speranza rallegra la mia solitudine” (Jorge Luis Borges). Cogliere l’eternità, penetrare in un tempo senza tempo: ecco le ragioni per accostarsi al testo più adulto della nostra letteratura italiana. Per quanto mi concerne, tutte le volte che mi accosto alle sue terzine, mi ci incateno: addirittura mi capita di lametinizzarle, come in questo caso:

Quasi falcon, che escendo di cappello,
Muove la testa e co l’ali si plaude,
Vollia mostrando e facendosi bello.
(Par., XIX, vv. 34-36)

Il riferimento è al falco addomesticato, a cui viene tolto il cappuccio di pelle, che, lieto di sentirsi libero e felice di non aver più la vista impedita, smanioso di levarsi in volo “si dibatte e stendesi per farsi bello, scotendosi tutto e racconciandosi le penne col becco” (Buti).

Al di là del fatto che il Sommo Poeta fa intendere di conoscere bene la complessa tecnica della caccia col falcone (non dimentichiamo i racconti di cui certo si era nutrito alla corte degli Scaligeri tra le cacce prodigiose di Cangrande e le gesta di quei suoi 400 rapaci che facevano strage di anatre e pernici nell’hinterland veronese), non vi nascondo che non mi è difficile ricondurre la sublimità di questi versi a Federico II di Svevia, la cui statua, nel prolungamento di Corso Numistrano, ci indirizza a riveder le stelle tra i giganti fragorosi del nostro Castello, che è una delle più belle Cantiche del nostro territorio.
Francesco Polopoli


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