Harold N. Anderson - Break time
24 maggio 2020
Harold N. Anderson - Break time

Blog

L’Editoriale di Francesco Polopoli: «Scrivi che ti (s)passa… »


Intanto si parte da un buon livello di marcia, che è la lettura, come patentino d’avviamento. In fondo il far di conto e rac-conto vien fuori da esercizi e modellamento, non è vero? Altra cosa, poi, è lo sviluppo delle proprie attitudini:

«I’ mi son un che, quando
Amor mi spira, noto, e a quel modo
ch’è ditta dentro vo significando».
(Purgatorio, Canto XXIV, v. 51-54

In ogni caso, il Fiorentino, non lascia la lingua al caso ma la ritma rimandola secondo un’aritmetica dei versi, che le dona una regalità ineguagliabile: ogni buon dizionario è erede di questa Danteide, c’è poco da fare! Non solo. La sintassi, ancorché ufficializzata da testi regolativi, è Divina come tutta la Comedìa.

L’invito è palese, allora: su questo selciato d’exemplum bisogna evitare gli errori di grammatica non per obbedire a un astratto canone di perfezione formale, ma per comunicare meglio il nostro pensiero. Per inchiostro si è animali sociali: diversamente, fiere per animalità, peccato! Essere vocati «a rivedere le stelle» comporta misura: in che modo!? Beh, spaziare è dare fiato alle idee, sottraendole alle irregolarità del Caos, proprio come è aduso fare il Macrocosmo mentre si riordina nell’etere: impariamolo dal Big Bang! In tutto ciò ognuno segue la sua strada lungo i sentieri della comprensione; per quanto mi riguarda, amo chi ha ancora un contatto fisico con i fogli, forse per la vita con cui mi lascio accompagnare, tutte le volte che metto nero su bianco.

Persino i minimi emendamenti mi sanno risvegliare sentimenti ed atteggiamenti: ogni riscrittura abrasa sfugge alla materia grigia del PC e ne sono fiero, quanto, non lo immaginate! Anche questo manoscritto, destinato ad editoriale domenicale, non è esente da cicatrici: per questo me la spasso, con penna in mano, perché so che qualunque pagina raccoglie le ire e le ore di ogni composizione. E mi ci dedico ai vespri, sì, proprio quelli che amava Lucrezio, quando sentenziava «cum summa loci sit infinita foris haec extra moenia mundi» («l’insieme dello spazio è infinito fuori dalle mura di questo mondo»), vuoi perché, come ci ha regalato il buon Borges, «scrivere non è niente più di un sogno che porta consiglio».

Se la modalità narrativa ci riesce naturale, come affamati di storie dai primordi della civiltà, lasciatemi definire, soltanto per oggi, in questa giornata primaverile di maggio, un «homo narrator», sic et simpliciter!

Francesco Polopoli


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