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26 aprile 2020

Blog

L’Editoriale di Francesco Polopoli: «”U Mammoni” e quanti fifoni!»


Il Mammone è un mostro immaginario, spesso nominato per intimorire i bambini: dalle nostre parti lo abbiamo sentito nominare fin troppo ed in tante occasioni.

Sul piano della parola sembrerebbe un incrocio tra l’arabo maimūn (che significa ‘scimmia’) e Mammona, che in aramaico è attributo luciferino. Se dovesse vestire i panni di un animale, calcherebbe il passo felpato dei gatti; se così fosse il gattomammone affonderebbe le sue radici nel Vicino Oriente, senza contare nomi come Maimone o Ammon, assai vicini al suono dello spauracchio della nostra infanzia.

In Sardegna, più precisamente ad Iglesias, esiste una fontana sormontata dalla statua di un personaggio di aspetto grottesco chiamato “Maimoni”, la cui bruttezza è in quei dintorni proverbiale: “Léggiu cumenti su Maimoni in praccia” = “Brutto come (la statua di) Maimone che sta in piazza”. Capiamo subito che un po’ ovunque quest’entità spettrale sortisce lo stesso effetto terrorizzante.

A dire il vero dietro alla popolarità di questa figura c’è pure una feconda tradizione letteraria, della serie non ce lo siamo inventati noi, assolutamente no: compare, infatti, nel Pentamerone di Giambattista Basile e nella Novellaja Fiorentina di Vittorio Imbriani. Ancor prima ne Lo specchio di vera penitenza di Jacopo Passavanti (animale a modo d’un satiro, o d’un gatto mammone”), nel Milione di Marco Polo e addirittura nel ciclo di Re Artù.

Una fortuna mai eclissatisi nel tempo, se penso alla migliore produzione di area tedesca (il Faust di Goethe, in primis), o alla conterranea narrativa moderna (La famosa invasione degli orsi in Sicilia di Buzzati). Una curiosità: è anche il soprannome di un brigante del Mezzogiorno, Gaetano Coletta, di cui parla Vincenzo Cuoco nel suo “Saggio storico sulla rivoluzione di Napoli”, accusandolo addirittura di antropofagia: “il suo desiderio di sangue umano era tale, che si beveva tutto quello che usciva dagl’infelici che faceva scannare”.

Detto ciò, mentre ad accompagnarmi è un filo di pelle d’oca, non è mai tranquillizzante la compagnia di qualcuno, laddove l’ansia dovesse prevalere nel sentirsi avvicinati da questa sinistra presenza. Dario Argento ne farebbe materia da film, noi occasione da sceneggiate napoletane, sicuramente!

Un grande maestro ha scritto che «aver compagno al duol scema la pena»: credo che in non poche occasioni, invece, sia stata più incisiva la nostrana esclamazione «santi piadi, ajutàtimi!», cui il dio Mercurio, probabilmente, mosso a pietà, avrà risposto donando le ali ai nostri calzari. «Fhujìri a ccacalicàni», cioè correre a gambe levate o a rotta di collo, non è stato mai sperimentato per far vincere le olimpiadi, peccato! Eppure la fifa blu non chiede stretching o esercizi di rilassamento…o mi sbaglio!?

Francesco Polopoli


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