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10 luglio 2018

News Lamezia e dintorni

Lettera aperta: «A Franco Muraca, sbalzato via dalla convinzione che il lavoro non è “nu liettu cunsatu”»


Carissimo Direttore,
avevo solo quattro anni, nel 1956, quando ci fu consegnata, dal postino su una vecchia Gilera, la lettera scritta, con la mano sinistra, da mio padre, dopo tre mesi di degenza in ospedale per un incidente sul lavoro mentre nella città di Toronto si costruivano le opere di urbanizzazione.

Ricordo le raccapriccianti scene di disperazione di mia nonna e di mia madre, nonostante lo stile comunicativo rassicurante di una narrazione da brividi. Mio padre, quella mattina, aveva incoraggiato il fratello più piccolo, che stava poco bene, a non disertare il lavoro perché dentro la famigerata galleria ci sarebbe entrato lui.

Dopo poche ore di lavoro frenetico al riparo da ogni perdita di tempo e all’oscuro da ogni preoccupazione per l’incolumità degli uomini da parte del capo squadra con l’orologio in mano, si trovò seppellito sotto una valanga di terra e solo grazie al vuoto prodotto dal badile, che teneva in mano, godette dello spazio indispensabile per dei flebili respiri e il tempo necessario per ricevere il soccorso dei compagni, alcuni dei quali, giunti dai cantieri vicini, scavavano anche con le mani.

Fu così che mio padre non chiuse con un il filmico the end la sua storia di dolorosa emigrazione. Dove oggi hanno eretto grattacieli e una torre alta 553 metri (Canadian National Tower), simbolo della potenza e della grandezza plastica di quella nazione, dovrebbe quantomeno resistere all’oblio la memoria ferita dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

Ma, nei tempi in cui viviamo, la morte per un pezzo di pane non invoca responsabilità degli uomini e del sistema economico disumano che ne ne regola i rapporti e che ormai imperversa a livello planetario, ma solo l’atrocità di un destino che si accanisce sull’uomo, genericamente inteso, non certo su quello più indifeso ed esposto.

Oggi, attraverso questa breve testimonianza, voglio salutare Franco Muraca, non schiacciato dalle pareti di una galleria insicura, ma sbalzato via dalla convinzione, ormai fattasi senso comune, che una possibilità di lavoro, anche saltuario e precario, non è, come dicono nella Sambiase di Franco Muraca nu liattu cunsatu ma, quando le impalcature non cedono, solo un’opportunità, senza se e senza ma, per sopravvivere.
Fiore Isabella


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