donazione
24 maggio 2016

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Nella crisi gli italiani hanno riscoperto il valore della solidarietà


Secondo una indagine del Censis, sono 32 milioni gli italiani (il 64%) che hanno fatto almeno una donazione nell’ultimo anno a enti che svolgono attività socialmente rilevanti. Una generosità diffusa e consistente che ha battuto le preoccupazioni per la crisi e ha resistito anche ai severi tagli di budget delle famiglie.

Sono gli adulti di 35-64 anni (il 69,5%) e le persone con 65 anni oltre (il 65%) a donare più frequentemente, ma la quota resta alta anche tra i giovani di 18-34 anni (il 47%). Il profilo dell’italiano più generoso? Donna (il 66% contro il 62% degli uomini), residente al Nord-Est (il 72% rispetto al 59% delle regioni del Centro), di 45-64 anni (il 72%), con il diploma o la laurea (il 68%).

Tra il 2007 e il 2014, negli anni della crisi, i fondi raccolti complessivamente da Save the Children sono aumentati da 15,2 a 67,6 milioni di euro (+345%), e in particolare quelli derivanti dai privati sono cresciuti da 9,9 a 52,4 milioni (+429%), con un numero di sottoscrittori lievitato da 137.000 a 419.000 (+205%).

I fondi raccolti da Emergency sono saliti da 23,3 a 38,9 milioni (+67%), quelli di Medici senza frontiere sono passati da 35,9 a 50,2 milioni (+40%), quelli di Actionaid da 41,8 a 48,7 milioni (+16%). Tutto questo avveniva mentre nello stesso periodo il Pil italiano si riduceva del 9% in termini reali, i consumi flettevano del 7,5%, i redditi disponibili delle famiglie scendevano del 12,7%, gli investimenti crollavano del 30,4% e il numero di occupati diminuiva di 615.000 unità.

Il boom delle donazioni certifica ancora una volta la propensione all’altruismo e alla solidarietà degli italiani come un connotato costitutivo e rappresenta anche una risposta al progressivo restringimento del sistema di welfare pubblico.

Lasciti testamentari, adozioni a distanza, bomboniere solidali, donazioni tramite sms e molti altri strumenti utilizzati da queste organizzazioni servono a raccogliere risorse impegnate in cause umanitarie, campagne di sensibilizzazione, assistenza sanitaria nelle aree di crisi del mondo, interventi per promuovere la salute e l’istruzione dei bambini, programmi di vaccinazione, iniziative di lotta alla povertà a favore delle popolazioni colpite da conflitti, epidemie, catastrofi naturali.

E non mancano le forme di donazione più innovative, che cominciano a prendere piede. Secondo una indagine del Censis, nel 2015 l’1,2% degli italiani ha finanziato iniziative e progetti promossi sul web tramite piattaforme digitali di crowdfunding (tra i giovani la quota sale al 4,3%).

Se il welfare pubblico si ritrae (il Fondo nazionale per le politiche sociali, ad esempio, è passato da 1,5 miliardi di euro nel 2007 a 312 milioni nel 2016), si dilata la rete di aiuto informale sostenuta dalle donazioni e da una responsabilità individuale diffusa.

Non si tratta di sporadici slanci di generosità, ma dei segnali tangibili di un cambiamento significativo di una società in cui si agitano forti pulsioni verso le fratture sociali, ma allo stesso tempo emerge in modo carsico la voglia di tenuta delle comunità, cui corrisponde un sistema esteso e molecolare di organizzazioni, grandi e piccole. È per questo che serve sempre più trasparenza sui risultati e sui costi di intermediazione.


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