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19 aprile 2019

Storia, miti, leggende e tradizioni

Pasqua in Calabria: le tradizioni del Venerdì Santo


Beneditta chilla pasta chi di venneri s’impasta… Così recita un proverbio calabrese che riguarda le antichissime tradizioni del Venerdì Santo, un tempo giorno di penitenza simbolica e digiuno per preparare il corpo e lo spirito alla resurrezione di Cristo.

Per secoli in Calabria, più o meno fino all’epoca preconciliare, i riti della Settimana erano molto sentiti e culminavano proprio il Venerdì, giornata di tristezza per la morte di Gesù.

Si stava il più possibile in silenzio, ci si nutriva dello stretto necessario, nei paesi più interni addirittura le donne non si pettinavano e si vestivano di nero.
Solo gli ammalati e i bambini piccoli potevano disobbedire al precetto, ma sempre con la stretta osservanza dell’astinenza dalle carni. Vietato ridere, suonare e cantare e anche in chiesa campane e campanelle venivano ricoperte da teli scuri durante le funzioni si usava a tocca, il tocco, un rudimentale strumento dal suono sordo e inquietante.

Le funzioni religiose erano molto più lunghe di quelle attuali e iniziavano già il giovedì, quando in genere l’Addolorata veniva portata nelle varie chiese per i sepolcri. Il giorno dopo, fin dal mattino i fedeli si raccoglievano in preghiera nelle chiese, per poi partecipare alle solenni processioni che dal primo pomeriggio fino alla sera giravano per le vie cittadine.

Tutti, comprese le donne, avevano modo di partecipare alle varie espressioni della fede popolare, L’Affacciata, ‘A Cunfrunta, ‘A Pigghiata e le varie processioni in onore dell’Addolorata e del Cristo Morto in cui ogni devoto viveva il dolore in un dramma sacro collettivo.

Il Venerdì Santo in molte case era consuetudine non accendere i fornelli e si consumavano cibi freddi o conservati, esattamente come nei periodi di lutto. Era consentito però impastare farina, e forse da qui nasce la tradizione che il Venerdì Santo si preparino i lievitati tipici della Pasqua calabrese, chiamati anche pani devozionali, dalle cuzzupe ai fraguni alle pitte.

Questi cibi si consumavano rigorosamente il giorno dopo, il Sabato Santo, quando, allo scoccare del Gloria, finalmente la Pasqua scacciava via la Quaresima (Nesci tu sarda salata, ca trasu eu la recriata, ma recrìu sti zzìteddhi ccu li beddhi cuzzupeddhi) e si celebrava il Cristo Risorto e il trionfo della Vita sulla morte.

All’avvicinarsi del momento, ovunque ci si trovasse, si usava stendersi fhacci ‘nterra, per terra a faccia in giù e, appena suonavano le campane, ci si rialzava e scoppiava la festa.

I bambini ricevevano la loro cuzzupa con l’uovo preparata per l’occasione e correvano in strada, urlando di gioia e facendo rumore con la tocca e quant’altro avessero a disposizione.

Gli adulti, con l’anima purificata e leggera, si scambiavano auguri e doni, che non erano altro che i pani devozionali, preparati con amore il giorno prima, da regalare ad amici e parenti e da portare in chiesa o ai poveri.
Annamaria Persico


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