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24 aprile 2016

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Pellet al piombo dall’Albania: le regole per scegliere un prodotto sicuro


Non è il primo sequestro e, purtroppo, non sarà l’ultimo. Ma quello eseguito la scorsa settimana dai funzionari dell’ufficio delle Dogane di Bari, in collaborazione con i militari della Guardia di Finanza, fa impressione tanto per le quantità, circa 28 tonnellate di pellet proveniente dall’Albania che per le ragioni dell’azione, la quantità di piombo che contenevano, oltre i limiti di legge e quindi pericolosa per la salute e l’ambiente. A seguito del sequestro, il legale rappresentante della ditta importatrice è stato denunciato alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Bari.

Il nostro Paese è primo consumatore di pellet per il riscaldamento al mondo, con circa 3 milioni di tonnellate annue e primo importatore al mondo, con oltre 2,5 milioni di tonnellate/anno.

Come proteggerci, dunque?

LE REGOLE PER UN ACQUISTO SICURO
Il consiglio è di optare, se possibile, per prodotti certificati. Le certificazioni che possiamo trovare sono la tedesca Din e Din Plus, l’austriaca Önorm, la svizzera SN 166000 e il marchio europeo ENPlus.

Questa certificazione divide i prodotti in 3 categorie: A1 per il pellet più pregiato; una seconda, detta A2: una terza, la B, per il pellet più scadente, adatto solo a esser bruciato per usi industriali.

Per essere sicuri che il pellet sia davvero certificato non basta il marchio: deve sempre essere accompagnato da un numero identificativo dell’azienda. Questo numero è formato da due lettere che indicano il paese di provenienza (esempio IT per Italia) e da tre cifre: sul sito di ENPlus si può verificare che il codice corrisponda al produttore o all’importatore in etichetta.

Molto pellet in commercio però non è certificato, anche perché circa l’80% di quello sul mercato italiano è di importazione, in parte anche da paesi extraeuropei. In questo caso è bene verificare che ci siano almeno il nome e riferimenti del produttore o dell’azienda responsabile della commercializzazione.

COSA CERCARE IN ETICHETTA
Informazioni utili – come residuo di ceneri, potere calorifico e contenuto idrico – ci vengono poi dall’etichetta. Il parametro più importante è il residuo di ceneri: inferiore all’1,5% è accettabile, ma è ancora migliore se sta sotto allo 0,7%.

Il potere calorifico in etichetta ha invece una rilevanza relativa: «Diversi produttori indicano valori fuorvianti, scrivendo il potere calorifico allo stato anidro: possiamo trovare sulle etichette valori tipo 5,3 kWh/kg. In realtà il potere calorifico reale del pellet è attorno ai 4,7-4,8 kWh/kg, ossia circa 16 MegaJoule. Cifre più alte sono false: il potere calorifico non può essere considerato allo stato anidro ma va misurato per quello specifico pellet con il suo contenuto idrico, mediamente del 6-8%», spiega Annalisa Paniz di Aiel (Associazione italiana energia dal legno).

Anche la materia prima non è determinante per capire la qualità, fatto salvo che il pellet per legge deve essere di legno vergine che ha subito unicamente trattamenti di tipo meccanico (dunque, niente scarti di falegnameria verniciati o incollati). La specie legnosa – spiega l’esperta – conta fino a un certo punto. «Anche se certe specie possono essere particolarmente difficili, va detto che non si trova pellet di castagno o di quercia puro, ma sempre mischiato ad altre specie, ad esempio faggio o abete».

QUALITA’ VISIBILE?
La qualità del pellet si può capire con una semplice ispezione visiva? La nota distinzione tra pellet chiaro e pellet scuro, scopriamo, «non ha fondamento: può dipendere dal tipo di essiccatoio, quello a tamburo tende a tostare leggermente il pellet, dandogli un colore più scuro. Il pellet deve essere compatto». Perciò, dice Paniz «la cosa importante è prendere in mano il sacco e vedere quanti residui di pellet sbriciolato ci sono: molti residui indicano un prodotto di scarsa qualità che ha subito lunghi spostamenti».
(Fonte: testmagazine)


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