Soveria Mannelli, l'obelisco a Giuseppe Garibaldi
23 luglio 2016
Soveria Mannelli, l'obelisco a Giuseppe Garibaldi

Cultura, eventi, spettacoli e sport

REPORTAGE STORY/Dagli anni di piombo all’era digitale


Alla fine degli anni Settanta, il nostro giornale fondato a Nicastro nel 1962 da Rosario Arcuri, si era ormai ben posizionato nel panorama dell’editoria calabrese.

Sotto la testata portava ancora la dicitura Politico – Culturale – Turistico – Musicale – Agricolo e le sue pagine formato «lenzuolo» ospitavano articoli che si occupavano di tematiche nazionali, regionali e locali. Tra le firme degli editorialisti spiccavano quelle di Benito Soranna, Vincenzo Zangari, Ciccio Palmieri.

Particolarmente seguito era lo spazio dedicato all’«Angolo della Poesia» che consentiva al mensile di Rosario Arcuri di acquisire non pochi abbonati anche fuori dai confini regionali. D’altra parte non era l’Italia un «paese di santi, poeti e navigatori»?

Dopo la parentesi cosentina, il giornale, dal gennaio del 1979 iniziò ad essere stampato in quel di Soveria Mannelli, presso la tipografia Rubbettino che da poco aveva assunto una dimensione industriale nel suo nuovo stabile in Viale dei Pini, di fronte alla bellissima Villa Pellico, fatta costruire non da Silvio ma da Guido Pellico, un medico molto bravo, stimato e conosciuto in tutta la provincia di Catanzaro, anche per il suo impegno politico.

L’approdo del nostro mensile alla tipografia Rubbettino avvenne a gennaio del 1979.

Recarsi a Soveria Mannelli, era per noi, e soprattutto per mio fratello Rosario, quasi un ritorno a casa, poiché la famiglia Arcuri in quell’ospitale paese vi aveva abitato per un buon decennio, dalla metà degli anni Trenta alla metà degli anni Quaranta.

Rosario era molto popolare a Soveria, non solo perché per un certo periodo aveva insegnato nella locale Scuola media, ma soprattutto perché negli anni Sessanta aveva ideato, organizzato e presentato i «Sabati Soveritani», una serie di appuntamenti agostani settimanali allietati da dignitosi complessi di musica leggera, con tanto di vedettes, una fra tutte la prosperosa napoletana Pina Petti (Nomen omen).

Alla Rubbettino, ci accolse il titolare, che Rosario aveva conosciuto anni prima, in qualità di segretario della Scuola media e che al pari di mio fratello, era affetto dal virus della carta stampata.

Anche lui si chiamava Rosario ed era una persona davvero gentile e oltremodo intelligente. Ci presentò subito i suoi più stretti collaboratori: Antonio Pascuzzi, Mario Colistra e la giovanissima Silvana Totino. Il proto era Tommaso Cardamone, indefesso lavoratore, che era coadiuvato da un giovanottino molto sveglio, Cesare Silipo.
Federico Arcuri
(2-continua)
Questo articolo è già apparso, con piccolissime variazioni, sui numeri 7/8 e 9/2012 di reportage


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