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20 settembre 2025

News

20 settembre, prima Giornata della Memoria degli Internati Militari Italiani (ovvero quando la Storia si svela e ci presenta il conto)


di LETIZIA CUZZOLA

È la prima Giornata della Memoria degli Internati Militari Italiani, la prima dopo 80 anni. Otto decenni in cui il mondo è riuscito a riscrivere i libri di Storia, riadattarli come si fece con le fiabe dei Fratelli Grimm con il risultato che oggi la Storia vera si svela, senza escamotage letterari, e ci presenta il conto.

Quando due anni fa uscì “Non muoio neanche se mi ammazzano”, ero convinta di raccontare una storia lontana, un capitolo chiuso anche se mai analizzato dalla storiografia. Credevo che l’assenza di testi al riguardo fosse il frutto di una politica di insabbiamento degli anni immediatamente successivi alla tragedia, che la Seconda guerra mondiale fosse ormai solo argomento da tesina agli esami.

Oggi dovrei essere soddisfatta che la pressione delle famiglie degli IMI ha portato al riconoscimento di una Giornata a loro dedicata, e invece ho l’amaro in bocca. A che serve la Memoria di un dramma, degli errori politici sulla pelle di uomini che hanno pagato senza colpe un peccato non loro? A dire “mai più”, come da anni fanno i nostri studenti a scuola per giustificare le ore di lezione che hanno saltato? Ci danno il contentino e ce lo meritiamo, perché spesso a fine anno neanche ci arrivano a studiare la Seconda guerra mondiale, perché non hanno idea di cosa sia stato il mondo reale. La vicenda degli Internati Militari italiani è semplice: 650mila uomini portati via con la forza, rinchiusi in campo di concentramento per due anni, costretti a umiliazioni e torture e portati alla fame; privati di uno spazio per potersi muovere e del nome, sostituito da un numero (suona familiare?).

Ma non fanno rumore nella nostra memoria, non ci entrano perché non se ne sono lamentati, non ci hanno rinfacciato quel che è loro successo, ma si sono dedicati in gran parte alla letteratura e alla politica: hanno trasformato la loro scelta antifascista in un proposito fattivo perché davvero non accadesse mai più quel che avevano subìto. Qualcuno per loro si è mai sentito in colpa? No. Qualcuno si è preoccupato delle loro sorti una volta liberati? No, non ci si è neanche presa l’incombenza di rimpatriarli visto che nel settembre del 1945 stavano ancora in Germania ad aspettare che l’Italia riaprisse le frontiere, chiuse appositamente per loro. Ci hanno insegnato qualcosa il dolore o la cattiveria? Sì, a perfezionarci, a superare il maestro. E dubito fortemente che un giorno i miei figli celebreranno la Giornata della Memoria per la Palestina, ne ricorderanno solo vagamente il nome al catechismo: nel cortocircuito del senso di colpa abbiamo dimenticato che Cristo era nato in Palestina e che, per logica, questa come entità statale, regno doveva già esistere allora.

Eppure, è discussione di questi giorni fra i governanti cristiani (Signore, perdonami se ho proferito bestemmia), ci si interroga se riconoscerne o meno l’esistenza, mentre non si mette in dubbio che la formazione dello Stato di Israele sia stato un appunto inglese durante una partita a Risiko, con la Torah come sottobicchiere.

E guai a far notare che la Storia è diversa dalla storiella in due paginette, che la Questione Palestinese c’è da decenni, che non siamo antisemiti perché il problema non sono gli Ebrei visto che le popolazioni semitiche vanno dal Medio Oriente al Corno d’Africa – e dovremmo rivedere anche il concetto di Medio Oriente, ma questo lo affrontiamo un’altra volta – e al momento di ripopolare quell’area il 90% della popolazione subentrata non ha neanche origini semitiche (!); il problema è il governo israeliano e come stiamo svendendo la vita di bambini, quindi del futuro, per i nostri interessi economici, quegli stessi interessi che 80 anni fa fecero passare per svaniti nel nulla 650mila uomini.

La Storia si ripete e lo fa in malo modo, ma fin quando non la studieremo nella sua dimensione vera, a poco servirà batterci il petto. Se siamo ancora uomini ce lo dovremo chiedere prima o poi, possibilmente prima di barattare la dignità di poter guardare i nostri figli negli occhi con la cupidigia di guardare il fondo del portafoglio.

“Quando moriremo, nessuno ci chiederà se siamo stati credenti, ma credibili” (Rosario Livatino).


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