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26 maggio 2026

Reportage BLOG

BLOG. «La Russa, lo zio Nicola e gli Imi calabresi di Letizia Cuzzola… ma i morti non sono tutti uguali» di Fiore Isabella


La comparazione, a parte la pietà per i morti della Repubblica sociale ai caduti per liberare l’Italia dal nazifascismo, invocata, in occasione di questo 25 Aprile, dalla seconda carica dello Stato, Ignazio La Russa, ha prodotto confusione. A fare chiarezza, in un angolo della sua casa, ci ha pensato mia madre di 99 anni, testimone ancora viva di quella immane tragedia. Mentre scorrevano nella trasmissione “In altre parole” immagini di repertorio e sgorgavano le lacrime di una sopravvissuta all’eccidio nazi-fascista di Sant’Anna di Stazzena, mia madre ha inanellato i suoi inossidabili ricordi.

La sera dell’ 8 settembre del 1943, un vicino, amico di suo padre, si fermò a cavallo della sua mula davanti casa per annunciare con tono solennemente liberatorio che era stato firmato l’armistizio. Mio nonno rispose, per nulla rincuorato e con espressione molto preoccupata che la guerra non era finita, ma stava per ricominciare. E così fu, tant’è che non passarono che poche ore ed anche il cielo di Calabria si riempì di velivoli da guerra tedeschi che sganciavano bombe della ritorsione; in uno di quei  “raid”,  terrorizzato perse la vita il mio bisnonno cardiopatico.  Tempi bui, mi ripete spesso mia madre e la speranza è che non tornino mai più, anche se lei avverte il quotidiano soffiare dei venti di guerra in troppi angoli della Terra. Come darle torto? Incuriosito, ed anche sdegnato, dalla proposta del Sen. La Russa che in nome della pacificazione nazionale vorrebbe unificare il ricordo dei morti della Resistenza ai morti della repubblica di Salò, ho rispolverato un libro da poco uscito dal titolo “I figli di nessuno tornano a casa”, con sottotitolo “Internati Militari Italiani”.

L’autrice, Letizia Cuzzola, porta alla luce le vicende tragiche, vissute dai circa 650 mila soldati italiani, tra cui 10.00 calabresi, nei lager nazisti. Gli IMI non sono una sotto categoria della storia destinata all’oblìo ma la carne viva di coloro, tra cui il fratello di mio padre, zio Nicola,  che  rifiutandosi di aderire alla Repubblica Sociale scelse deliberatamente la prigionia in Germania, censito col numero 39 nell’elenco degli stranieri impiegati nella miniera Herzog Juliushütte. A casa lo davano per morto e la famiglia si era ormai rassegnata. Senonché, mi racconta mia madre, un pomeriggio dei primi di luglio del 1945 (poco meno di due anni dall’8 settembre del ‘43) mia nonna, mamma di Nicola, ritornava dalla raccolta di spighe di risulta nella messe di un lontano latifondo per racimolare quel tanto di farina per una infornata di pane; giunta nei pressi dell’ultima casa del paese e prima di intraprendere i tre chilometri di salita verso la frazione dove abitava, Le andò incontro, esultando un vicino di casa che le diede la notizia dell’arrivo di una cartolina del Distretto Militare che attestava che suo figlio era vivo e che stava per ritornare. La gioia fu tale che la mamma del figlio perduto ed ora ritrovato crollò a terra col suo fascio di spighe; quando si riprese si incamminò verso casa e la salita così come la fatica erano scomparse d’incanto. Alla seconda carica dello Stato voglio soltanto ricordare che per i collaborazionisti fascisti, alleati dei nazisti, spetta solo l’umana pietà che si ha per tutti i morti anche di quelli che si macchiano di atroci delitti. Non ci può essere alcun accostamento tra chi ha combattuto per ridarci la libertà e chi ha collaborato, provocando gratuitamente sofferenza e dolore, con chi ce l’aveva tolta.

Fiore Isabella

 

 


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