“AI SOGGETTI DISABILI LA STESSA VISIBILITÀ DI NOI PERSONE NORMALI”
Oggi, di fronte alla frase, fuori luogo indubbiamente, dell’assessore al Comune di Lamezia Terme, giustamente portata all’attenzione dei giornali locali, voglio contribuire anch’io alla riflessione dichiarando la mia idea dell’inclusione, totalmente antitetica a quella espressa dall’Assessore Lametino. L’occasione per esprimere il suo pensiero pedagogico è stata l’inaugurazione del Palazzetto dello Sport della nostra città quando, a proposito degli sport inclusivi, ha affermato che darebbero a “soggetti disabili la stessa visibilità di noi persone normali”: concezione della “diversità” intesa come limite e non, come è giusto che sia, come risorsa da valorizzare. L’immagine dei disabili aggrappati al treno della visibilità, appannaggio esclusivo dei cosiddetti “normali”, evoca tempi antecedenti alla Legge 517/77 in cui la didattica dell’inclusione difficilmente varcava la soglia delle aule scolastiche.
La scuola italiana era divisa in classi normali e in classi speciali: le prime per coloro, parafrasando l’infelice espressione dell’Assessore, che hanno visibilità e le seconde per coloro (i disabili) che ambiscono ad averla. In questa visione dicotomica dei processi formativi, ci sono in gioco, come afferma Raffaele Iosa (ex dirigente Scolastico), nel suo bel libro “La scuola Mite”, due modelli contrapposti: quello thatcheriano che considera inutile spendere denaro per il Liceo al quale un alunno non dotato (sovente appartenente a classi sociali subalterne) non andrà mai; quello delle potenzialità individuali che considera, o quantomeno tenta di farlo, ” un contesto educativo plurimo di percorsi cognitivi diversi come una risorsa che è utile a tutti in quella coralità di apprendimento che considera utile anche “aspettare” che il compagno (con un ritmo più lento di apprendimento) termini il lavoro…”.
Le parole dell’assessore, inoltre, cozzano con lo sforzo che, in qualche modo si è fatto, dopo la L. 517, di rompere, come dice R. Iosa , “l’ideologia della normalità come “media” entro cui sopra stanno i più bravi e sotto gli incapaci”. Lavorare per un’ offerta formativa, anche fuori dai banchi di scuola, che coinvolga il territorio in un progetto di educazione permanente e ricorrente” è un antidoto a chi considera l’alunno cosiddetto “non normale” destinatario passivo dell’azione educativa o, nella più generosa delle ipotesi, aspirante alla visibilità di noi persone normali. Non è una scelta pedagogicamente fragile, infatti, dare valore alla didattica “personale” in una scuola che è di tutti e per la quale ogni persona è importante, con la proprie potenzialità e direi anche con i propri limiti. E poi, tutto ciò, comprese le parole, che può essere utile per essere inclusi e non messi da parte, richiama le responsabilità degli adulti che devono essere educatori e non custodi; insegnanti/educatori che osservano gli alunni che giocano e lavorano insieme, in uno sforzo di condivisione con gli altri del frutto del proprio impegno. Lo sport è inclusivo quando le strutture operative e didattico-metodologiche che lo sostengono assumono il carattere della condivisione, nel senso più vero di mettere insieme… e non di dividere e separare.
Fiore Isabella (Insegnante in pensione)
