di FIORE ISABELLA
Seguo con interesse e con preoccupazione l’episodio gravissimo del tredicenne, vestito da Rambo, che ha accoltellato la sua professoressa e con preoccupazione i video che circolano senza contegno etico, da parte di chi li pubblica, che riducono il dramma a spettacolo macabro. L’aspetto che mi rende felice è che l’insegnante di francese del Bergamasco sta superando clinicamente la prova e ritornerà a far emozionare i suoi alunni leggendo Molière e declamando le poesie di Prévert. Il resto non sta in piedi, perché in piedi non riesce a stare una società in cui tutto ciò che percorriamo nella lunga o corta parentesi della vita non dipende più da noi: dai nostri tempi di apprendimento; dai disaggi esistenziali che ci accompagnano; dal patrimonio lessicale depositato nella banca dell’Intelligenza Artificiale, alla quale facilmente si accede senza sforzare troppo le meningi.
Ed è proprio il sostantivo sforzo che ha perso valore nella parabola delle relazioni umane. Lo si nota nelle immagini duali delle coppie in cerca di siti interessanti su cui cliccare per abbattere la noia di una convivenza senza sussulti; lo si nota ancora di più nelle famiglie dove si è smesso da tempo di comunicare intorno ad una tavola imbandita che un tempo era occasione per apprezzare anche il lento consumarsi del sugo di pomodoro. Di fronte a tutto questo, il percorso educativo di un bambino, oggi, si incrocia, in automatico, con le conoscenze e le ambizioni che nulla hanno a che vedere col contesto, sia essa la scuola o la famiglia, senza più pregnanza emotiva: è sufficiente osservare chi, mentre tu gli parli non Ti ascolta ma Ti sopporta soltanto. Di fronte a questa assenza di comunicazione si impone la solitudine, del cui peso ci si accorge quando, a cellulari spenti, si scopre di non avere più nulla da dire, di non avere più le parole giuste per farlo. Un’aula scolastica diventa la cartina di tornasole su cui si specchia più facilmente il deficit di comunicazione che è la ragione principale dell’esplodere delle fragilità.
E per contrastare tutto ciò, chi governa la scuola allerta i propri muscoli inventandosi il Decreto Sicurezza, in vigore da febbraio. Che per un adolescente le misure repressive non costituiscano un deterrente lo dovrebbe sapere anche un Ministro incapace di comprendere che ciò che accade nell’universo educativo, come dimostra l’episodio del bergamasco, non nasce dall’impazzimento improvviso di una generazione di ragazzi ma dalla incapacità di noi adulti di leggere le cause della loro sofferenza e di studiare un approccio che sia educativo e non repressivo: la dinamica dei processi educativi concorre a produrre modificazioni comportamentali; le soluzioni repressive rimuovono tutto compresa la richiesta di aiuto che viene dalle persone fragili. E se è così le violenze, a parte quelle dei potenti sui deboli della terra che richiedono sussulti umanitari di dimensioni planetarie, nella scuola, in particolare, basterebbe poco: affrontare con le necessarie risorse ( da sottrarre alla produzione delle armi e dal ormai inarrestabile proliferare delle guerre) per rendere le classi il luogo dove, insieme ai contenuti disciplinari, si acquisiscano competenze relazionali. Magari cominciando proprio da una poesia che da maestro dedico a Chiara Mocchi (l’insegnante di Francese) e al suo alunno aggressore:
“I ragazzi che si amano” di Jacques Prévert
I ragazzi che si amano si baciano in piedi
Contro le porte della notte
E i passanti che passano li segnano a dito
Ma i ragazzi che si amano
Non ci sono per nessuno
Ed è soltanto la loro ombra
Che trema nel buio
Suscitando la rabbia dei passanti
La loro rabbia il loro disprezzo i loro risolini
La loro invidia
I ragazzi che si amano non ci sono per nessuno
Loro sono altrove ben più lontano della notte
Ben più in alto del sole
Nell’abbagliante splendore del loro primo amore.
FIORE ISABELLA
