Sant’Antonio, come voleva Gesù, è stato un grande uomo, frate, santo che parlava al cuore della gente.
L’azione sociale di Sant’Antonio a Padova si concentrò nella lotta all’usura, che portò all’abolizione del carcere per i debitori insolventi (15 marzo 1231). Più tardi, nel maggio 1231, il Santo affrontò il tiranno ghibellino Ezzelino da Romano a Verona per chiedere la liberazione dei prigionieri di guerra, risultando un vincitore morale.
Sant’ Antonio si impegno’ molto nella lotta all’usura e per favorire una legge che tutelasse i debitori. Nel Medioevo, chi non riusciva a pagare i debiti rischiava l’esilio o la prigione perpetua e, per evitare ciò, era spesso costretto a contrarre nuovi prestiti a tassi usurari. Sant’Antonio tuonò duramente contro gli usurai, paragonandoli a “bestie che stritolano i poveri”.
Grazie alla sua continua pressione morale e politica, il 15 marzo 1231 il Comune di Padova modificò gli statuti: fu stabilito che il debitore insolvente, dopo aver ceduto tutti i suoi beni, non potesse più essere imprigionato o esiliato.
Ezzelino III da Romano è stato un potente e spietato signore ghibellino. La tradizione agiografica colloca nel maggio 1231, poche settimane prima della morte del Santo, il loro unico e celebre scontro quando Antonio si recò a Verona per chiedere la liberazione di alcuni nobili padovani. Pur sapendo di trovarsi di fronte a un despota crudele, il frate lo rimproverò apertamente. Sebbene le parole di Antonio non abbiano piegato la volontà del tiranno — che lo cacciò in malo modo — dal punto di vista storico e morale l’episodio ha consacrato la figura del Santo come difensore dei deboli e della giustizia.
L’eco di questa battaglia sociale ha ispirato nei secoli le opere caritative della Chiesa e le istituzioni di microcredito collegate all’ordine.
Sebbene il concetto moderno di “Banca Antoniana” si riferisca al Gruppo Banca Antonveneta (fondato nel 1873 a Padova e poi confluito nel sistema bancario moderno), i valori legati a Sant’Antonio nella gestione del denaro sono proseguiti con l’istituzione del Monte di Pietà (nato secoli dopo per concedere prestiti senza interesse ai bisognosi) e continuano oggi attraverso le iniziative di carità della Caritas sant’Antonio ONLUS e del Messaggero di Sant’Antonio.
Ispirandosi a queste figure, la storia dell’impegno civile antoniano è spesso celebrata per promuovere la pace e la solidarietà.
Torniamo all’incontro tra Sant’Antonio da Padova e il tiranno ghibellino Ezzelino III da Romano. Questo è uno degli episodi più celebri e drammatici della tradizione antoniana, sospeso tra cronaca storica e racconto agiografico. Avvenuto nel maggio del 1231 a Verona, l’evento vide il frate francescano affrontare a viso aperto uno dei condottieri più spietati del Medioevo italiano per chiedere la liberazione di alcuni prigionieri politici.
Nel 1231, Ezzelino da Romano (noto anche come “il Terribile”) stringeva la sua morsa di terrore sulla Marca Trevigiana. Aveva catturato e imprigionato a Verona diversi nobili e cavalieri di fazione guelfa provenienti da Padova.
Sant’Antonio, nonostante fosse già gravemente malato ed esausto (sarebbe morto appena un mese dopo, il 13 giugno 1231), decise di mettersi in viaggio da Padova verso Verona. La sua era una vera e propria missione di pace e giustizia: si presentò al palazzo del tiranno per chiederne la scarcerazione.
La narrazione di questo storico faccia a faccia si divide in due versioni:
Secondo l’agiografia tradizionale e i racconti popolari diffusi dai siti antoniani ufficiali (https://www.santantonio.org/it/content/lincontro-con-ezzelino), Antonio scagliò durissimi rimproveri contro la crudeltà di Ezzelino, paragonandolo a un feroce “basilisco”. Davanti alle parole infuocate del Santo, il tiranno si sarebbe miracolosamente inginocchiato ai suoi piedi, terrorizzato dalla visione di un fulmine divino, promettendo la conversione.
Ma la realtà dei fatti fu ben diversa. I documenti e le cronache storiche dell’epoca (come quelle riportate sul Messaggero di Sant’Antonio(https://messaggerosantantonio.it/content/nessun-viaggio-e-inutile) ridimensionano l’esito immediato. Ezzelino non liberò subito gli ostaggi e mantenne intatta la sua natura spietata, che gli valse persino una citazione nell’Inferno di Dante. Tuttavia, l’incontro mantenne un valore straordinario: il tiranno, famoso per far giustiziare chiunque lo contraddicesse, ascoltò il frate senza torcergli un capello, colpito dal suo immenso carisma e coraggio.
La profezia della liberazione finale si avverò comunque anni dopo: nel 1256, grazie a una crociata indetta da Papa Alessandro IV e alle preghiere guidate dai frati francescani come il Beato Luca Belludi compagno di Sant’Antonio e frate vicinissimo a lui in punto di morte, Padova fu finalmente sottratta al giogo ezzeliniano.
Questo scontro tra il potere temporale violento e la forza della fede ha ispirato nei secoli numerosi artisti:
Il dipinto tardo-cinquecentesco del pittore cremonese Malosso conservato in Lombardia.
La grande tela barocca di Antonio Molinari.
Il celebre affresco novecentesco di Pietro Annigoni custodito all’interno della stessa Basilica di Sant’Antonio a Padova.
E che dire che a vedere i film su Sant’ Antonio si assiste al tentativo di avvelenamento del Santo da parte del Tiranno . Resta negli occhi anche la richiesta di aiuto alla conversione ed al perdono degli uomini al servizio del Tiranno . Sant’ Antonio, come voleva Gesù, è stato un grande uomo ,frate ,santo che parlava al cuore della gente .
Giampiero Scarpino
