di Gianlorenzo Franzì
Evento nazionale, rito collettivo, evento del costume: tutto ma non festival della musica italiana. E va bene così.
Prima se ne prende atto, meglio è: perché Sanremo è Sanremo, e al di là del jingle è proprio così. È l’evento pop per eccellenza, unico nel suo impatto culturale e -oggi- social.
Che la musica fosse politica si sapeva, e nessuno se ne stupisca: peccato che a Sanremo da qualche anno la politica non entri nei testi delle canzoni (ben lontane dall’impegno, nel 98,9% dei casi) ma da altri spifferi. Ma anche qua, non ci si stupisca più di tanto: il festival di RaiUno muove capitali e masse di pubblico, è impensabile che chiunque ne resti fuori.
Oggi si chiamano Andrea Pucci o Ignazio La Russa, ieri Luca Bizzarri o La Sad: che poi, per onestà intellettuale, e al netto del cattivo gusto di alcuni e non di altri: si sa che l’erba vola nella stessa direzione in cui soffia il vento, perché se vola da un lato va bene e se vola dall’altro no?
La quinta edizione di Carlo Conti (non consecutive come Amadeus: 2015, 2016, 2017, 2025, 2026) si preannuncia un po’ fiacchetta sul versante musicale, ma sembra così ogni anno da quando i “soliti noti” disertano il festival: eppure sono un bel po’ di anni che le canzonette del palco dell’Ariston hanno la coda lunga, resistendo fino ad autunno inoltrato. E magari sarà così anche quest’anno, magari con il più impensabile (Elettra Lamborghini? Sayf?).
Lasciamo stare anche il contorno: la regia è imbarazzante, l’enfasi di Carlo Conti fa venire i brividi al cervello, la Pausini fa la Pausini. E che rimpianto sentire per troppo poco, e solo alle 1:20, Ema Stokholma e Gino Castaldo e pensare che avremmo potuto (dovuto) avere loro sul palco invece di Carlo & Laura.
E allora passiamo ai numeri, che sono l’obiettivo perfetto e irrinunciabile di ogni Sanremo che si rispetti (siamo pur sempre in una gara): se non si danno i voti alle canzoni che gusto c’è?
In rigoroso ordine decrescente.
Prima di entrare nel merito: Olly, “Balorda nostalgia”, 6. No, non è in gara, ma apre la prima serata come vincitore 2025 -si, lo so che in pochissimi lo ricordavano-, confermando la sua allure da scaricatore di porto, collanina d’oro d’ordinanza su petto bene in vista, pantaloni da tanghero, baffetto da sparviero. Viene sempre da chiedersi nel caso in cui non fosse stato così ormonale se avesse vinto lo stesso.
Ma iniziamo la lunga cavalcata.
Comunque vada sarà un successo (i brani top)
Patty Pravo, “Opera”: 8. Che si facciano tutte le battute e i meme possibili, ma Patty Pravo conferma la classe, l’eleganza, il magnetismo, il fascino di artisti come non ne fanno più. Prende possesso del palco solo entrando con il suo metro e sessanta scarso. Inoltre Opera ha un arrangiamento arioso e potente classico per lei e quindi tale da valorizzare l’interpretazione di Nicoletta, che non conta più da tempo sull’intonazione ma sulla voce, sulle spire della sua voce. Non entrerà mai su Spotify, ma meglio così. Giusto così.
Fedez & Masini, “Male necessario”, 8. E niente, proprio Fedez non ce la fa: come una falena, è attirato dalle luci più forti di lui; che è un modo elegante per dire che vive di luce riflessa. Spremuta a dovere l’ex moglie, si attacca a Marco Masini, e non si può dire che nelle mosse gli manchi l’intelligenza (altro discorso per la voce): il duetto funziona alla perfezione, con Federico che con faccia addolorata e occhio lucido rappa ma lascia che la canzone si regga sulle possenti spalle del sodale. Ritornello pazzesco, come tonalità e percorsi vocali, testo dolorosamente sincero. Masini apre il gas e mangia in testa a tutti: podio quasi certo.
Malika Ayane – “Animali notturni”, 8. Melodia sinuosa, uptempo, colori esotici al servizio della voce sempre di alto livello di Malika: brano divertente che convince di più ad ogni ascolto. Con lei si rimane sempre sul dubbio se “di pancia” o “di cervello”: m che bel sentire.
Tredici Pietro – “Uomo che cade“, 8. Tra l’R&R e il soul che flirtano con il pop, mentre l’arrangiamento è gradevolmente retrò. Il brano di Tredici Pietro è forse la scoperta più bella del Sanremo 2026, lui è un personaggio centrato che sa stare sul palco perché è convincente. Il lancio dell’anno, probabilmente.
Chiello – “Ti penso sempre”, 7 Un alieno sbarca sul palco dell’Ariston. Negli ultimi anni gli underdog hanno sempre fortuna, ma Chiello è davvero un outsider in tutto e per tutto, a partire dall’intonazione imprecisa ma centrata.
Elettra Lamborghini, “Voilà”: 7 Col tempo abbiamo imparato ad apprezzare la simpatia di questa bella ragazza ricca e un po’ banale, e a passare oltre alla sua totale incapacità di fare qualunque cosa. Eppure Voilà è inaspettatamente uno dei ritornelli più martellanti, che probabilmente continueremo a cantare fino a quest’estate e anche dopo: ma la cara Lamborghini sembra aver anche preso lezioni di canto e intonazione.
Ermal Meta “Stella stellina”, 7. Si scrive Ermal Meta si legge Goran Bregovic: dei poveri, si, ma sempre quello è il terreno. L’intelligenza della produzione di Dardust si vede e si sente, l’arrangiamento è trascinante, il testo è denso.
Sayf, “Tu mi piaci tanto”: 7. Sembrava Ghali appena uscito sul palco: poi lo senti cantare, e ti pare ci sia Max Gazzè. Non imitazioni, ma echi: il poco conosciuto Sayf è una delle voci urban più interessanti della scena di oggi, e lo dimostra con la sua canzone che sa mescolare rap e cantautorato, furbizia catchy e testo impegnato. Inaspettatamente una delle cose migliori.
Maria Antonietta & Colombre – “La felicità e basta”, 7. Tra l’indie-pop dei Baustelle e i Coma-Cose, sono brillanti e divertenti, levigati e colorati, con un brano che funziona molto nella sua insostenibile leggerezza musicale. È un peccato che siano così derivativi, perchè sono bravi.
Sal Da Vinci – “Per sempre sì”, 7. Un podio napoletano ormai è quasi tradizione. Qua si parla di neomelodico, poi: quella formuletta magica che strappa applausi e standing ovation anche se la canzone l’hai già scordata, in quel territorio magico dove il confine tra concerto e festa di matrimonio è labile e sfumato. Però Sal fa simpatia, dai.
Arisa, “Magnifica favola”: 7. Inutile nascondere una passione insana per Rosalba Pippa: bella, fragile, intelligente, Arisa ha una delle voci più belle della musica italiana (mondiale, azzarderemmo senza timore) di ieri e di oggi, forte, cristallina, precisa, lucida. A Sanremo però ha fatto di meglio, perché Magnifica favola non ha la potenza di altre sue cose: non è orecchiabile, ma ha un testo potentissimo. Controvento (sottovalutata ma meravigliosa) e La Notte erano un altro universo, ma vediamo se col tempo si fa amare anche questa.
Serena Brancale – “Qui con me”, 7. Voce enorme, presenza azzeccata: la canzone della Brancale ribalta il mood dello scorso anno, per fortuna, e mette in scena orchestrazioni ariose che accarezzano morbidamente l’interpretazione tutta anema e core. Il brano però non è clamoroso, perde in potenza sul testo che non regge la pomposità della musica, altrimenti sarebbe stato tutto perfetto.
Fatti non foste a viver come bruti… (i brani che forse dimenticheremo)
Bambole di Pezza – “Resta con me”, 7. La rock band che vuole mettere a ferro e fuoco il palco e invece si normalizza quando non dovrebbe. La strofa è interessante, il ponte vincente: ma proprio quando il punk rock sembra stravolgere tutto, il problema è proprio un ritornello che avrebbe avuto bisogno di sfogare adeguatamente le note che salivano e invece rincorre una grandeur un po’ pretenziosa e banalotta. Esperimento interessante.
Eddie Brock – “Avvoltoi”, 6. Allora, ecco il caso di quando un singolo personaggio diventa sintomatico di un sistema. Perché così come Eddie Brock (si, è l’alias di Venom della Marvel) è tra i big con una sola canzone che ha fatto successo su TikTok, allo stesso modo gli ascolti di Spotify e la FIMI che certifica dischi d’oro sui download sono il sintomo di un’industria musicale malata terminale. Che poi lui sia simpatico non conta nulla, può urlare quanto vuole (letteralmente) ma al massimo può ambire al titolo di Olly 2026.
Tommaso Paradiso, “i romantici”: 6. Ogni artista a Sanremo viene giudicato inevitabilmente anche in base alle aspettative che ha il pubblico, create dalla carriera. Cosa ci si poteva aspettare da Tommaso Paradiso allora se non I Romantici? Meno tormentone che nel passato, più in alto della media dei The Giornalisti, resta sempre di una medietà tra lo sconcertante e l’abbagliante.
Dargen D’Amico, “AI AI”: 6. Chi mastica un po’ di musica sa che una canzone tipo è formata da intro, strofa, ponte e ritornello, alternati, scombinati, in ordine. Dargen sa creare ritornelli, gli va dato atto: peccato che ci sia poco altro, se non qualche suggestione interessante nel testo che, come suo uso, non è banale come sembra la prima volta. Lasciamo stare look e gusto: sono rimasti a casa (non sua), probabilmente la stessa da dove ha preso il parquet per vestirsi.
Ditonellapiaga, “Che fastidio!”: 6. Qualcuno avrebbe dovuto dire a Ditonellapiaga che non siamo in un club milanese, ma sul palco di Sanremo: non l’hanno fatto, e questo è il risultato. Certo da lei non ci si poteva aspettare altro che un tormentone, ma purtroppo il pubblico la conosce per la chimica con Rettore: altro pianeta.
J-Ax, “Italia Starter Pack”: 6 prevedibilmente tamarro, l’ex Articolo 31 porta chitarre da folk statunitense per inseguire il ritmo, e riesce nel suo intento. Oltre non c’è altro, se non un testo vagamente impregnato di quella trasgressione invecchiata male che per J-Ax sembra solo un tatuaggio fuori tempo massimo su pelle cadente.
Levante, “Sei tu”: 6. Levante è sempre stata la cantante del vorrei ma non posso. E se prima inseguiva Carmen Consoli, adesso la sua voce riecheggia le vocalità calde e mediterranee di Malika Ayane: eppure la canzone parte anche bene, con l’attacco al pianoforte, ma poi si perde in un ritornello che fa uno slalom vocale non particolarmente adatto alla voce di Claudia Lagona, che ogni tanto sguiscia fuori nota.
Nayt – “Prima che”, 6. Il refrain si porta dietro il brano, che è essenziale e lineare. Fluido, verrebbe da dire, forse anche troppo, pagando lo scotto della mancanza di carisma da parte del giovane Nayt.
Fulminacci, “Stupida sfortuna”: 6. Ci ha abituato ad un indie molto mainstream, Fulminacci: melodie che sembra di conoscere da sempre, tesi originali, idee suggestive. La canzone porta adosso tutte queste cose ma non ci convince del tutto proprio perché dà l’idea di qualcosa “da algoritmo”, per quanto lui resti gradevole.
Carneade, Carneade… (i brani che abbiamo già dimenticato)
Leo Gassmann – “Naturale”, 5. strano ma vero: Olly ha fatto scuola. Almeno a vedere anche il pur bravo Leo vestito da tanghero ad urlare la sua passione d’amore dimenticando il bel canto. Con il suo Terzo cuore avevamo sperato e confidato in lui: ma qua l’orchestra a tratti sembra prendere il sopravvento e migliorare il pezzo, ma c’è ben poco da migliorare.
Raf, “Ora e per sempre”: 5. Tra le note del primo Zarrillo e dell’ultimo Tiziano Ferro, il buon Raffele Fiesoli porta una ballata classicissima, anche troppo. Per l’autore di due gioielli come Due e Ossigeno una caduta con tonfo, brano incolore e insapore.
Enrico Nigiotti – “Ogni volta che non so volare”, 5. Come si fa a voler male al Nigiotti? Ci prova da anni, ma non ci riesce mai. Il suo brano 2026 è sempre il solito, schiacciato da un’orchestrazione che vuole essere maestosa ma finisce per essere pleonastica, lui crede ancora che sia commovente chiudere con un parola alla fine della musica, spinge sul dramma generazionale e vuole far piangere col tempo che passa. Si piange, ma non per il tempo che passa.
Michele Bravi, “Prima o poi”: 5. Con il tempo, il ragazzo di X-Factor è diventato sempre più lamentoso, sempre meno incisivo: e se finalmente negli ultimi tempi sembra aver trovato una sua dimensione nel look e del mood, rimane la sua incapacità di creare motivi orecchiabili o testi emotivi.
Francesco Renga – “Il meglio di me”, 4. Saremo dei nostalgici, ma qualcuno dovrà pure esserlo: la canzone è l’ennesimo chiodo (anche due, dai) sulla bara dell’ex frontman dei Timoria. Ma perché con una voce così bella gli passano canzoni così brutte?
Mara Sattei, “Le cose che non sai di me”: 4. E avremmo preferito continuare a non saperle. Difficile essere vecchi a quasi trent’anni, Mara ci riesce. E il pezzo sembra arrivato dal lato B di Grazie dei fiori.
Luchè, “Labirinto”: 3. Si dice in giro che abbia partecipato anche alla passata edizione di Sanremo: strano, non se lo ricorda nessuno. Non credo che risentiremo mai più questa canzone. O almeno spero.
LDA & Aka 7even – “Poesie clandestine”, 4. il reggaeton non riesce a mascherare il vero volto di questa canzone: toni latini e ritmi in 4/4 per beccare il tormentone à là D’Alessio (e vabbè, i geni quelli sono). Certo, tornerà nei lungomare, nelle code per andare al mare a luglio e agosto; ma è tutto sbagliato.
Samurai Jay, “Ossessione”: 3. Una canzone che dimentichiamo mentre la sentiamo. Metterlo dopo Patty Pravo potrebbe essere stato sadismo o giustizia divina.
EDIT: nella prima serata hanno votato i giornalisti, che dovrebbero essere gli unici ad avere voce in capitolo in una gara. Ad ogni modo, alle 1:28, per loro i primi cinque sono (in rigoroso ordine sparso): Arisa, Fulminacci, Serena Brancale, Ditonellapiaga, Fedez/Masini.
Scatenate l’inferno.
