Il focolaio di hantavirus registrato a bordo della nave da crociera MV Hondius, arrivata a Tenerife per lo sbarco dei passeggeri, ha riacceso l’attenzione internazionale sul virus e sulla necessità di sviluppare un vaccino efficace. Mentre proseguono i controlli sanitari sui passeggeri, la comunità scientifica accelera la ricerca, pur ribadendo che il rischio per la popolazione generale resta basso.
A parlare dei progressi è il virologo Jay Hooper dell’Us Army Medical Research Institute of Infectious Diseases, intervistato da Nature. Il suo team lavora da decenni allo sviluppo di vaccini contro diversi hantavirus e oggi i risultati preliminari sono incoraggianti. “I dati di Fase I del vaccino sono promettenti, ma ci sono diversi ostacoli per arrivare alla produzione”, spiega Hooper, sottolineando anche il nodo dei finanziamenti necessari per la Fase III.
Il progetto nasce negli anni ’80 nell’ambito della ricerca militare statunitense, con l’obiettivo di proteggere le truppe esposte ai roditori. Negli anni ’90, con l’emergere di nuovi virus come il “Sin Nombre” negli Stati Uniti e il virus Andes in Sud America, lo sviluppo dei vaccini ha accelerato.
Oggi gli studi hanno prodotto modelli animali avanzati e test clinici di Fase I su vaccini contro virus come Andes, Hantaan e Puumala. I risultati indicano una buona risposta immunitaria, con la produzione di anticorpi neutralizzanti. Tuttavia, il vaccino richiederebbe più dosi e la Fase III resta complessa, perché i casi umani sono rari e distribuiti su vaste aree geografiche.
Secondo Hooper, un ulteriore fattore da considerare è il possibile impatto del cambiamento climatico: “Potrebbe modificare la distribuzione dei roditori e aumentare l’esposizione umana, facendo crescere i casi”.
Cos’è l’hantavirus e come si trasmette
Gli esperti ricordano che si tratta di un gruppo di circa 30 virus, diffusi soprattutto tra i roditori. La trasmissione all’uomo è rara e avviene principalmente tramite inalazione di particelle contaminate da feci, urine o saliva di animali infetti, oppure per contatto diretto in condizioni igieniche scarse.
Secondo l’epidemiologo Massimo Ciccozzi, il virus responsabile del focolaio sarebbe la variante delle Ande, presente in Sud America. “Il contagio non è semplice e non si trasmette facilmente da persona a persona”, spiega, sottolineando che non si tratta di un virus paragonabile al Covid: “Ha una letalità più alta, ma una diffusione molto più limitata”. “Va chiarito che difficilmente il topo trasmette il virus all’uomo, ma il virus delle Ande può passare all’uomo per via respiratoria inalando ad esempio la polvere delle fece dei topi o per toccare la saliva del topo. Tutto questo accade se non c’è poi igiene delle mani. Insomma, prendere una infezione da hantavirus non è semplice. Non è assolutamente un ‘nuovo Covid’, è una altra cosa. Il Covid aveva bassa gravità ma ampia diffusione, l’hantavirus ha alta letalità ma bassa diffusione. Però se te la vai a cercare come ha fatto la coppia olandese nelle discariche – dove tutti sanno che ci sono i topi – per fare birdwatching, come sembra sia successo, cosa dobbiamo dire?”, dice all’Adnkronos Salute. (ADNKRONOS)
