di FIORE ISABELLA
Con mio cognato avevamo costruito con cura certosina il box per i mastelli della raccolta differenziata; un’opera che ci riempie di soddisfazione anche perché gli automobilisti, di prima mattina, si pregiano di assistere alle mie sfilate in pigiama con in mano i mastelli in cangiante assetto cromatico.
A quello di colore marrone, dove va l’organico ermeticamente “imbustato”, riservo una variante cronologica: non lo smaltisco mai di sera per driblare la movida serale dei cinghiali. Ma spesso capita che la nettezza urbana non lo smaltisce nel giorno prescritto e quel ben di Dio, accuratamente fermentato, richiama la percezione olfattiva degli ormai onnipresenti mammiferi artiodattili. Gli antenati dei porci nostrani, dopo aver appassionatamente esercitato l’efficienza delle loro papille gustative, la notte scorsa si sono cimentati, come nei vecchi giochi senza frontiere, in prove di caccia al mastello marrone. Il piatto, fuori uscito dall’abituale menu a base di ghiande, castagne, radici, tuberi e funghi, è prelibato; così come le zucchine e i cavolfiori alla cui coltivazione molti ortolani hanno rinunciato, visto che gli antenati dei maiali, grazie all’intelligenza artificiale, scavalcano i recinti meglio dei campioni di salto con l’asta.
Quel che rimane del conteso mastello marrone sono dei frammenti scomposti in attesa del loro ultimo viaggio nei lunedì della plastica. La storia del mastello marrone abbattuto da cinghiali, comprensibilmente affamati, non è fine a sé stessa ma richiama un cinghiale che, a Gaza, ammazza anche i bambini e distrugge le loro case, non per fame ma per vendetta. L’unica fame che lo appassiona è per quella Striscia di terra incenerita da trasformare, in remunerativa collaborazione con un biondo aitante, in “luogo di soggiorno” per ricchi sfondati. E di fronte ai criminali massacri di esseri umani, i nostri cinghiali teniamoceli cari!
Fiore Isabella


