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2 novembre 2025

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Il Sistema Bibliotecario Vibonese è morto. E con esso muore un pezzo della Calabria migliore


di GILBERTO FLORIANI

Il Sistema Bibliotecario Vibonese è morto. È giusto dirlo con chiarezza, senza più ipocrisie né giri di parole.

È morto non per mancanza di idee o di risultati, ma perché è venuta meno ogni forma di sostenibilità istituzionale e politica.
È morto per l’incuria, per l’irresponsabilità, per la piccineria di chi avrebbe dovuto tutelarlo e invece lo ha lasciato morire.

Era nato nel 1988: il primo sistema bibliotecario in Calabria, uno dei pochi autentici nel Mezzogiorno.
Nasceva in attuazione della legge regionale sulle biblioteche, con impegni precisi: la Regione avrebbe garantito il personale e le spese di funzionamento, la Provincia avrebbe contribuito con la propria quota e il Comune avrebbe sostenuto un terzo dei costi in cambio dei servizi offerti.
Un modello virtuoso, un esempio di cooperazione culturale.

Poi è arrivata la lenta agonia.
La Provincia si è defilata dopo il proprio dissesto, lasciando un debito di circa 300.000 euro.
La Regione Calabria, dal 2007, ha smesso di erogare anche un solo euro, violando i propri obblighi.
E il Comune di Vibo Valentia, infine, ha fatto peggio: si è sottratto deliberatamente a ogni impegno, creando ostacoli, equivoci, e agendo come se la biblioteca fosse una sua proprietà esclusiva — non lo è.

Oggi siamo all’epilogo: lo sfratto da Santa Chiara, perché l’immobile “verrebbe destinato ad altro uso”.
Ma non si tratta solo della fine di un ente amministrativo.
Si tratta della perdita di una istituzione culturale viva, che custodisce oltre 80.000 documenti, arredi e attrezzature, patrimonio pubblico e storico, non di proprietà del Comune, ma del Sistema Bibliotecario, quindi sottoposto alla tutela del Codice dei Beni Culturali.

Intanto, a Santa Chiara piove dentro, l’ambiente è umido, manca una falda del tetto, l’impianto di riscaldamento è distrutto.
Anni di chiusura e abbandono hanno ridotto a un rudere un edificio che noi, con sforzi immensi, avevamo restituito alla città come luogo di cultura e bellezza, sede del Festival Leggere&Scrivere e di innumerevoli iniziative di respiro nazionale.

A me, che ho dedicato gran parte della mia vita a questo progetto, fa male il cuore vedere ciò che resta:
una comunità disattenta, istituzioni complici, e l’ombra di una Calabria che distrugge ciò che di buono riesce a creare.

Sono stato persino denunciato penalmente da chi, mosso da invidia o malafede, voleva cancellare questa esperienza.
Per fortuna — e incredibilmente — anche a Vibo, come a Berlino, c’è un giudice: sono stato prosciolto da accuse vergognose e infondate.
Non mi hanno tolto la dignità, ma hanno inferto un colpo durissimo a un progetto che aveva dato lavoro, cultura, e prestigio alla città.

Io sono povero come lo ero all’inizio, ma ricco dell’onestà del mio impegno.
I miei figli, che hanno collaborato con competenza e generosità — non assunti da me, ma per merito — oggi lavorano come bibliotecari qualificati in Europa.
Questo lo dico per chiarezza, contro le insinuazioni e la miseria morale di chi ha distrutto un sogno civile.

Nei prossimi giorni presenterò un’istanza formale alla Soprintendenza bibliografica della Calabria e alla Prefettura, chiedendo un intervento urgente per la tutela del patrimonio bibliotecario.
E rivolgo un appello al consigliere regionale Vito Pitaro, persona concreta, perché si attivi; così come ai parlamentari calabresi più sensibili, in particolare del Movimento 5 Stelle, affinché interroghino il Ministro della Cultura.

Perché a questo punto, se la città non la merita, è meglio che questa biblioteca lasci Vibo,
piuttosto che vederla distrutta nell’indifferenza generale.


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