Perché si scrive?
Le ragioni sono molte e diverse. C’è chi scrive per mestiere — giornalisti, autori, sceneggiatori — e chi lo fa per documentare la propria attività scientifica o professionale. Esiste poi un’ampia area di scrittura personale: memorie, poesie, saggi locali, racconti che nascono più da un’urgenza interiore che da un progetto economico o editoriale.
Chi scrive, quasi sempre, desidera che ciò che ha prodotto venga riconosciuto: talvolta in termini economici, più spesso in termini simbolici o sociali. Scrivere, in fondo, è chiedere al mondo di essere ascoltati.
Oggi però, in un tempo in cui tutti possono pubblicare con facilità, il confine tra necessità e gratuità dello scrivere si è fatto sottile. Le tecnologie digitali e la stampa a basso costo hanno reso possibile diffondere qualsiasi testo, anche senza che vi sia un reale bisogno collettivo di leggerlo. È venuto meno quel filtro, un tempo naturale, della selezione editoriale: non sempre sinonimo di qualità, ma almeno di coerenza e discernimento.
Così accade che molte pubblicazioni “minori” — intendendo con questo non opere di poco valore, ma testi nati fuori dai circuiti professionali — trovino forma di libro senza avere un vero pubblico.
E qui sorge la domanda: a chi sono destinati questi libri?
Spesso a un cerchio ristretto di amici, colleghi, concittadini. Nei contesti locali, come in una piccola città, il potenziale pubblico si misura in poche decine di persone. Vendere cento copie può già essere un successo, e non c’è nulla di male in questo: si scrive anche per una comunità ristretta, per lasciare una traccia nel proprio tempo e luogo.
Il problema nasce quando l’editoria, per inseguire la quantità, trascura la qualità. Molta produzione locale, attratta dal basso costo, si traduce in libri trascurati nella forma e nella sostanza. È un peccato, perché ogni testo — anche il più modesto — meriterebbe rispetto, cura tipografica e attenzione linguistica.
Per fortuna, esistono ancora artigiani del libro: piccoli editori, grafici, tipografi che lavorano con passione e competenza, restituendo dignità materiale a ciò che nasce da un bisogno spirituale. Rivolgersi a loro, anche spendendo qualcosa di più, è un atto di fiducia verso se stessi e verso la parola scritta.
Chi scrive davvero per convinzione non lo fa per vendere, ma per testimoniare.
Un buon libro, anche stampato in poche copie, trova sempre la sua strada: passa di mano, viene letto, conservato, dimenticato e poi riscoperto.
La vita dei libri è misteriosa e spesso più lunga di quella dei loro autori.
E forse è proprio questo, alla fine, il motivo più serio per scrivere: lasciare un’eco nella memoria degli altri, una voce che continui a dire qualcosa quando noi non parleremo più.
Gilberto Floriani è stato Direttore del Centro di servizi culturali di Vibo Valentia dal 1978 – 1988
Fondatore e direttore del Sistema Bibliotecario Vibonese a partire dal 1988
Direttore della biblioteca della Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Catanzaro 1989-90
Presidente della sezione Aib Calabria 1994-1997
Componente del Consiglio di amministrazione del Centro del libro ed della lettura a partire dal 2010
Responsabile del Polo regionale per le politiche della lettura (2012)
Ha promosso e diretto corsi di formazione per operatori culturali e bibliotecari, progetti di ricerca e di valorizzazione del patrimonio culturale ed editoriale regionale
Direttore Sistema Bibliotecario Vibonese


