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27 gennaio 2016

News

Rapporto di Amnesty International sui minorenni condannati a morte in Iran


In un rapporto intitolato «Diventare grandi nel braccio della morte», Amnesty International ha reso noto ieri che decine di minorenni al momento del reato stanno languendo nei bracci della morte dell’Iran. Le autorità iraniane continuano a consegnare rei minorenni al boia proprio mentre pubblicizzano come grandi passi avanti riforme di facciata che non puntano ad abolire il ricorso alla pena capitale per le persone giudicate colpevoli di reati commessi quando avevano meno di 18 anni.

«Il rapporto evidenzia la vergognosa violazione dei diritti dei minorenni in Iran, uno dei pochi paesi al mondo che prosegue a mettere a morte persone che al momento del reato non avevano raggiunto i 18 anni di età, in flagrante violazione del divieto assoluto sancito a livello internazionale», ha dichiarato Said Boumedouha, vicedirettore del programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International. «Nonostante alcune riforme nel campo della giustizia minorile, l’Iran continua a non stare al passo col resto del mondo, mantenendo in vigore leggi che consentono di condannare a morte bambine di nove anni e ragazzi di 15», ha sottolineato Boumedouha.

Dal 2005 al 2015, rivela il rapporto di Amnesty International, l’Iran ha messo a morte 73 minorenni al momento del reato. Altri 160, secondo le Nazioni Unite, sono in attesa dell’esecuzione nei bracci della morte del paese. Con ogni probabilità, i dati effettivi sono molto più alti poiché in Iran le informazioni sulla pena di morte sono avvolte dal segreto.

Amnesty International è stata in grado di identificare i nomi di 49 minorenni condannati a morte per reati commessi quando avevano meno di 18 anni, e anche le prigioni in cui sono reclusi. In media, la maggior parte di loro si trova nel braccio della morte da sette anni, alcuni da più di 10 anni.

Negli ultimi anni, le autorità iraniane hanno dato molta enfasi alle modifiche al codice penale islamico del 2013, a seguito delle quali il giudice può decidere per una pena alternativa alla condanna a morte, basandosi sul suo giudizio discrezionale circa la crescita mentale e la maturità raggiunta dal reo minorenne al momento del reato. Nella pratica, però, questa normativa mette a nudo il mancato rispetto degli impegni assunti dall’Iran oltre 20 anni fa, con la ratifica della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia, che vieta l’uso della pena di morte nei confronti dei minorenni al momento del reato.

In quanto stato parte della Convenzione, l’Iran ha l’obbligo giuridico di considerare tutte le persone al di sotto dei 18 anni di età come minorenni e di assicurare che queste non siano mai condannate a morte o all’ergastolo senza possibilità di rilascio.

Il nuovo codice penale islamico del maggio 2013 aveva fatto sperare che la situazione dei minorenni nei bracci della morte potesse finalmente migliorare. Il codice consente al giudice di valutare la maturità mentale dell’imputato al momento del reato, dandogli la facoltà di sostituire la condanna a morte con un’altra pena. Nel 2014 la Corte suprema aveva confermato che tutti i rei minorenni nel braccio della morte avrebbero potuto chiedere un nuovo processo.

Invece, nei quasi tre anni trascorsi dalle modifiche al codice penale, le esecuzioni dei rei minorenni sono proseguite. In alcuni casi, le autorità giudiziarie non hanno neanche informato i condannati a morte che avrebbero potuto essere nuovamente processati.

Inoltre, il rapporto di Amnesty International evidenzia una tragica tendenza: i rei minorenni che hanno chiesto un nuovo processo vengono giudicati mentalmente maturi all’epoca del reato e dunque ancora una volta condannati a morte. «I nuovi processi e le altre riforme di facciata erano state salutati come possibili passi avanti nel campo della giustizia minorile in Iran ma è sempre più evidente che si tratta di procedure bizzarre che danno luogo a esiti crudeli», ha commentato Said Boumedouha.


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