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20 marzo 2024

BLOG-le firme di Reportage

«A PEZ»: ricordo di Carmelo Pezzino ad un mese dalla scomparsa


di Carlo Mariano Sartoris 

È capitato a me. In un giorno sfortunato della vita ci si ritrova catapultati in un futuro allucinante. Succede dopo un incidente. La paralisi permanente è una scuola di vita disagevole, per qualcuno si diventa ingombranti e da un punto di vista relazionale, ci si confronta con un panorama umano variegato, polimorfo, talvolta commovente, altre crudele. Storie di umana, ingorda violenza camuffata da perbenismo civico e sociale. Pacchia per avvocati, tristezza infinita.

Breve incipit per cercare di dipingere quanto l’incontro con Carmelo abbia rappresentato una svolta importante nel momento in cui tentavo di ricostruire un’esistenza spezzata non solo nel fisico, ma anche derubata e offesa dalle ipocrisie e da striscianti, inaspettate crudeltà latenti.

Era la metà degli anni 90, quando in un giorno certamente non casuale, attorno a una tavola imbandita e tra i discorsi fatui che si fanno in quei frangenti incontrai Carmelo Pezzino. Era capotavola, seguiva più discorsi attento, sornione, curioso, silenzioso, sempre sorridente, ispirato da quella ironia interiore a cui non sfugge niente, lo si percepiva tra l’andar del vino, dei piatti e del fumo, quella sera in mezzo ad altra gente.

Tra uomini ci si annusa come cani nel parco, se ci si riconosce compatibili, anche se di taglia o di razza differente, si corre a giocare assieme, immediatamente. Con Carmelo è andata così. Poche chiacchiere, nessun confronto tra maschi in cerca di se stessi, solo un piacevole senso di fiducia e un appuntamento nel suo ufficio di via Cristoforo Colombo 1, in quella parte così elegante di Torino.

Nascita di una amicizia costruita tra una battuta, un progetto svelto e definito, con aspirazione diversa ma per certi versi convergente. Io, scrittore in erba con una storia importante da imprimere sui fogli per ridare luce laddove è stata notte per troppo tempo. Lui, fisico imponente, ma ancora piccolo editore colpito da un racconto che gli avevo sottoposto, aveva subito accettato, agendo con l’istinto di un signorile mecenate, mettendo entrambi in gioco.

Nacque così il più piccolo stand nel salone del libro di Torino. Tante copie di un unico volume su tutti gli scaffali. La mia prima biografia, edizioni COM’MEDIA di Carmelo Pezzino. Un successo travolgente, contagiosa gioia, amici vecchi e nuovi, belle donne, artisti, intellettuali, superficiale brava gente e poi, io fuori dalle sabbie mobili di un mondo indifferente, io nuovamente un essere vivente.

Dopo 3000 copie vendute, sorridendo seriamente, mi disse: “adesso non credere di essere Manzoni”. Nel secondo romanzo raccolsi la provocazione molto seriamente. Scrissi meglio, Carmelo lo ammise e forse da allora diventai davvero un discreto novelliere, proseguendo anche quando si separarono le strade editoriali, ognuno in cerca di altre vie.

A Carmelo non devo la vita, non completamente. Devo un qualcosa senza nome, ma di rara bellezza, e lascio a ogni lettore definire un’equazione che trasforma la disperazione in autostima e lo smarrimento in un nuovo progetto che verrà. Carmelo ha fatto tutto questo forse senza saperlo e adesso, ovunque si aggiri nell’universo che chiamiamo l’aldilà, spero, anzi son certo che “senta” quel che sto scrivendo adesso.

Da quel giorno, Carmelo Pezzino, generoso signorotto intellettuale, con quel modo di fare acculturato della “Torino bene”, selettivo e tipico delle sue radici siciliane culla della civiltà classica, ed io, piemontese un po’ bulletto di periferia, un po’ architetto e poi custode di quel che sono veramente, abbiamo condiviso un po’ di iniziative letterarie con reciproca stima e onestà intellettuale, mentre ognuno costruiva altre storie di vita. La mia ad Alba, con una nuova compagna, la sua a Bologna e Laura accanto, donne di spessore, destinate a pochi soltanto. Figure vicine anche nei momenti più imprevisti, o quando si incappa nelle lusinghe degli sbagli e da lì si contano gli amici rimasti, scoprendo amaramente che quelli veri veramente, non erano in tanti.

La distanza cementa le amicizie importanti. Dietro suo invito ho continuato a scrivere sulle pagine di Oltre Magazine. Sono tanti i coccodrilli per uomini importanti passati, come si suol dire a miglior vita, e poi, giocosi racconti sull’ironia della morte che per iscritto, è facile far sì che si prenda gioco della vita. Magnifica partita da giocare finché non è finita. Per capirci ed accordarci bastavano poche parole.

Non ce la feci a collaborare con Tg 24 Funeral se non in qualche sporadica occasione. Me lo propose, ma occorreva aggiornamento e troppa rapidità. Io scrivo lento per scarsa fisicità.

Devo a Carmelo quel tesserino da giornalista pubblicista che un dì mi propose per diritto meritato ed acquisito. Scatole a sorpresa, gesti che non dimentico scaturiti di getto. Tanti piccoli e grandi momenti che adesso si sovrappongono nella mia mente: Carmelo e le Marlboro, Carmelo senza calze anche d’inverno, Carmelo a sorpresa in una serata ad Asti, accorso per condividere la gioia di un premio letterario vinto a mani basse, Carmelo e la sua vecchia, amata Lancia Delta e poi, un Capodanno a Torino, con Laura e circa mille antipasti per altrettanti, siculi parenti. Laura e Carmelo qui sul terrazzo, un invito al matrimonio: “O lo faccio prima dei 60 anni o non lo faccio più”…

Mentre il tempo che doveva passare è passato ci siamo visti poco, ricordati sempre. E adesso che il suo posto non è più qui, non so se percepisco il vuoto o ancora no, forse perché sono un po’ confuso, oppure ero preparato a salutare un buon amico. Avevo percepito il dramma nel suo riservato, contagioso silenzio.

Ci vuol tempo e interiorità per prepararsi ad andare oltre, soprattutto se ci sono troppe cose belle da lasciare e tante di altrettante ancora da realizzare.

Quattro arresti cardiaci mi hanno confermato che Dio o chi per lui, da qualche parte ha riservato un posto per le nostre anime. Io ci sono stato, ma mi hanno ricacciato, non era il momento. Seppur nessuno sia tornato indietro per raccontare il seguito del più grande mistero della storia, non faccio fatica a visualizzare Carmelo in quell’altra dimensione.

Immagino seppur sfocato, il suo volto abbronzato invitato in salotti culturali mai banali, disquisire con Alessandro Manzoni, di cui era un grande ammiratore, o frequentare mostre d’arte impressioniste, incontrare Peggy Guggenheim, Giorgio de Chirico, Ezio Gribaudo, Joan Mirò… Pare ci sia molto posto e molta gente interessante lassù, dunque è lecito sognare in grande.

Dunque, grazie e buon oltre Carmelo, te lo scrivo con la tristezza che inciampa tra i denti, ma il tempo che passa con rapidità potrebbe darci presto un’altra occasione. Quando sarà il mio turno forse potremmo ritrovarci per scrivere il resto di un’altra, sorprendente storia. Non penso manchino spunti oltre il tunnel che porta alla luce, alla sola verità.

E qui mi fermo per scuola e per rispetto, Carmelo mi aveva insegnato che un capitolo o un articolo diventava meno leggibile al di sopra degli 8000 caratteri (spazi inclusi).…


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